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di Roberto Palomba


La Repubblica, 25 settembre 2019

 

Un noto architetto, giurato di un concorso per la progettazione degli spazi interni dei penitenziari, si interroga sul valore del design per la qualità della vita, soprattutto dove è spesso quotidianamente negata.

 

Come rendere umano, quanto più umano possibile, lo spazio di una cella carceraria? Come restituire a un luogo di pochi metri quadrati la qualità riconoscibile di spazio della vita umana, di luogo dell'intimità? Queste sono state le sfide concettuali e tecniche che si è posto il contest "Six Square Meters", dove ho fatto parte della giuria, un concorso internazionale per la progettazione di arredi d'interni destinati agli spazi vissuti quotidianamente dalle detenute e dai detenuti dei penitenziari.

Il concorso è nato con un duplice obiettivo: selezionare i progetti più adatti a migliorare la qualità della vita dei detenuti e degli spazi detentivi, e in secondo luogo sviluppare la proposta vincitrice fino a realizzarla in prototipo.

Al centro di tutto, il design e l'architettura, considerati come snodi strategici attorno ai quali definire un intervento per il miglioramento della qualità della vita delle persone detenute grazie alla loro capacità di dare nuovo valore agli interni che devono vivere. Infatti la qualità degli spazi, soprattutto quelli così intimi, è fondamentale per la vita stessa di chi li abita e concorre in maniera significativa a umanizzare il tempo e lo spazio del vissuto carcerario.

Dobbiamo però ribadire una drammatica constatazione: la crisi, se non l'eclissi dell'architettura e in particolare dell'architettura pubblica, soprattutto in Italia. Possiamo quindi immaginare la situazione quando parliamo di architetture carcerarie, luoghi per lo più fatiscenti, sovrappopolati, dove non si capisce perché le persone, benché abbiano un debito nei confronti della società, debbano essere trattate peggio degli animali.

Questo concorso ha avuto un merito importante: invitare gli architetti e i designer a misurarsi con un tema delicato e complesso come quello dell'ecosistema in cui è costretta la quasi totalità delle persone in stato detentivo. Persone che arrivano da situazioni di degrado e continuano a vivere il modello degradante come l'unico possibile.

Un'occasione rara, che consente di sottolineare il ruolo chiave dei concorsi di architettura, in genere pochi nel nostro Paese perché manca la coscienza del ruolo sociale della disciplina. Nel caso specifico delle carceri, abbiamo lavorato sull'umanità mettendo da parte il tema della bellezza, evitando quindi ogni riferimento al mondo dell'estetica per porre al centro il fattore umano. In giuria abbiamo sempre tenuto a mente che le carceri non sono luoghi che ospitano delle persone ma strutture che detengono carcerati.

La cella per loro rappresenta l'inizio di un percorso che, ai miei occhi di architetto, deve condurli a ritrovare una dimensione umana, anche attraverso una spazialità corretta, fino a tornare a cercare proprio quella bellezza bandita dal loro orizzonte. Questo concorso è stato l'inizio di una riflessione profonda che parte da una situazione specifica ma che riporta nuovamente a sottolineare il senso del design quando si confronta con i bisogni primari e la privazione della libertà personale, e l'importanza del ruolo dell'architetto nella città. Questione che può essere anche vista dall'altro punto di vista: infatti se spesso governo e amministrazioni ignorano la funzione sociale dell'architettura, d'altra parte l'architetto non di rado è restio a mettersi al servizio del pubblico per un bene comune da cercare insieme.

 

"Six Square Meter. Persone, luoghi, dignità" - Il concorso nazionale d'idee per la progettazione degli arredi destinati agli istituti penitenziari è promosso da Ordine degli Architetti Ppc della Provincia di Lecce, casa circondariale Borgo San Nicola, Università del Salento, patrocinato da Consiglio nazionale Architetti Ppc e sostenuto da Fondazione Bpp, Ance Lecce.