di Simone Marchetti
Vanity Fair, 11 dicembre 2024
Il 2024 è l’anno che ha contato più morti nella storia recente delle carceri italiane. Per l’esattezza: negli istituti di detenzione si sono contati, a oggi, 86 suicidi e 231 morti. A questi dati ne va aggiunto un altro: secondo l’onlus Antigone, in Italia si registrano 62 mila carcerati, mentre l’effettiva disponibilità di posti per loro si ferma a 47 mila. Morti, sovraffollamento, disumanità: è il quadro desolante che appare da dietro le sbarre, una questione che abbiamo voluto affrontare con un’inchiesta e con un progetto speciale in questo numero di Vanity Fair. È Natale, penserete. Perché, quindi, raccontare queste storie invece di dedicarsi ad altro? Ho due risposte a riguardo. La prima: le condizioni delle carceri di un Paese raccontano che Paese è quello che le ospita. Seconda: le soluzioni al problema degli istituti penitenziari italiani esistono, sono difficili, ma non solo possono funzionare, sono anche di grande ispirazione.
Torno alla prima risposta e quindi alle brutte notizie. Qualche settimana fa nel carcere di Trapani 11 agenti sono stati arrestati e 46 persone indagate per maltrattamenti e torture sui detenuti. “Riempilo di botte tanto ha la pelle nera e non si vede niente”, si ascolta nelle registrazioni. Una crudeltà che, se dimostrata, racchiude in sé qualcosa di disumano.
Disumano non solo per la mancanza di empatia, ma perché l’articolo 27 della nostra Costituzione recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Il carcere, infatti, non è solo punizione ma cura, rieducazione e possibilità di ricostruzione. Dovrei, a questo punto, riportare le recenti frasi del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delm astro (“Come noi non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato... è per il sottoscritto un’intima gioia”), invece preferisco far parlare chi ha dedicato la propria vita a cambiare le condizioni dei carcerati e ad applicare la Costituzione. Le nostre giornaliste Silvia Bombino, Valeria Vantaggi, Silvia Nucini e Nina Verdelli hanno raccolto le storie di don Claudio Burgio, Silvia Polleri, Angelo Aparo, Luciana Delle Donne e molti altri che raccontano come il viaggio dietro le sbarre possa trasformarsi in un percorso di crescita utile non solo ai detenuti ma a tutto il resto della società. Perché questo è il punto: a oggi la percentuale di recidiva, ovvero di chi torna a commettere reati una volta uscito dal carcere, è intorno al 70-80 per cento.
Ma dove i percorsi di rieducazione funzionano, la percentuale scende sotto il 20 per cento, a volte sotto il 10 per cento. Ce lo racconta, nella pagina che segue questo editoriale, il grande attore americano Colman Domingo, con una lettera personale che ci ha inviato e che mi ha molto colpito. Ci tengo, poi, a dirvi due ultime cose.
Daria Bignardi racconta la storia di come le cose possano finire male, molto male, quando la giustizia non funziona: leggetela fino in fondo. Così come vi consiglio di non perdere l’intervista a Ilaria Cucchi. La nostra cover star Emma Marrone, insieme a Vanity Fair, incontrerà prima di Natale i detenuti del carcere minorile Beccaria a Milano per un momento speciale. Ci tengo a ringraziare profondamente Emma per la sua disponibilità e per averci mostrato quanto il dialogo e il non giudizio siano fondamentali. Provare, infatti, ad applicare la nostra Costituzione non aiuta solo chi ha sbagliato a cambiare vita. Contribuisce a creare una società e una vita migliori per tutti.










