di Francesco Occhetta
L'Espresso, 11 luglio 2021
Il 69% di recidivi indica il fallimento della rieducazione; i lunghi tempi delle sentenze non placano la violenza tra le parti e il dolore delle vittime rimane fuori dal processo. La violenza di Santa Maria Capua Vetere dimostra che dall'albero che affonda le sue radici nella volontà di ripagare il male con altro male possono nascere solo frutti velenosi.
I fatti sono noti. In piccolo, nella Casa circondariale Santa Maria Capua Vetere, è esploso il sistema giudiziario, come capita a una pentola a pressione quando si guasta la valvola di sicurezza. Una violenza sedimentata e incontrollata, icona di una regressione collettiva e di un sistema che rende vittime (ingiustificabili) anche gli stessi agenti carnefici.
Eppure anche il giustizialista Voltaire aveva ammesso che il grado di civiltà di un Paese si misura dalla qualità delle sue carceri. Nessuno si stupisca. Da un albero di giustizia che affonda le sue radici nella vendetta e nella volontà di ripagare il male con altro male, possono nascere solo frutti velenosi. Quel drammatico video che documenta la violenza ne è solo un esempio. Le carceri sono spazi in cui si vive del passato, il presente è mediato dal rumore della chiave che apre le porte blindate, dalle luci al neon, dall'aria irrespirabile, dall'odore dei pasti, dall'ora d'aria. Entrare in un carcere è come scendere in una catacomba dove persone e storie sono allontanate dalla vista per rimuoverle dall'inconscio sociale.
È per questo che Bauman definiva le carceri "discariche sociali". Ma ciò che nascondiamo rivela sempre ciò che siamo, una società di relazioni fratturate che coinvolge le procure, l'amministrazione carceraria, gli operatori, gli avvocati, i volontari e l'intera classe politica. Rimane una via sola da percorrere: capovolgere la giustizia. L'attuale modello è una strada senza uscita: come è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione in questo tempo? Bastano tre dati per riconoscere il fallimento del sistema: l'alto tasso di recidivi (circa i169 per cento) che indica il fallimento della rieducazione; i lunghi tempi delle sentenze che non placano la violenza tra le parti; l'assenza delle vittime con il loro dolore per dare valore costituzionale alla giustizia processuale ed extra-processuale.
Le riforme della giustizia in atto, condizione per ricevere gli investimenti del Pnrr, sono segnate da incontri e scontri, interessi politici e paradossi legati alle correnti della Magistratura. Invece è proprio della giustizia ripartire da una antropologia condivisa che curi le relazioni rotte per (ri)costruire una civiltà giuridica. Il modello vigente di "giustizia retributiva", che dovrebbe garantire certezza e proporzionalità della pena, ha portato a difendersi dal processo e non nel processo.
È giunto il momento di creare un punto di ripristino del sistema a partire da una nuova amnistia, condizione per introdurre un nuovo paradigma culturale, quello della giustizia riparativa, che ponga al centro dell'ordinamento la ricostruzione della verità, il dolore della vittima, la riparazione del reo, la responsabilità della società, l'espiazione come ricostruzione della dignità del detenuto e l'incentivo delle misure extracarcerarie per superare "il carcerecentrismo".
L'alternativa altrimenti è perpetrare il modello di cui tutti si indignano, almeno teoricamente. La giustizia va costruita, è una scelta culturale: scuola, famiglie, religioni, società civile sono decisive per capovolgere il modello vigente e investire nella cultura e nelle pratiche della riparazione. L'attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia, è tra le più autorevoli sostenitrici del modello.
Sulle sue spalle, fatte di roccia giuridica, si sta scaricando il peso storico del momento anche se il peso della solitudine e dei forti interessi corporativi potrebbero sgretolargliele. Ma questo non è più il tempo dei burocrati per i quali la giustizia è solo amministrazione, abbiamo bisogno di statisti che amino e servano la giustizia come visione e ideale, sogno e ricomposizione di ciò che si è spezzato. La giustizia biblica lo insegna: ogni volta che il sangue sporca la terra è compito di tutti bonificarla, altrimenti i frutti non cresceranno più per nessuno.











