di Luca Mantiglioni
La Nazione, 29 marzo 2021
Nel 2011 Matteo uccise un militare, oggi ha due lauree e fa l'educatore di comunità mentre sconta la pena. Il 25 aprile di dieci anni si macchiò di un delitto che avrebbe potuto sancire l'addio alla vita sociale. Oggi, pur ancora nel pieno del suo percorso di recupero, è un punto di riferimento per i ragazzi difficili che, come lui, sono finiti nelle tenebre.
Matteo Gorelli oggi di anni ne ha 29 e nel 2011 era poco più che maggiorenne quando aggredì i carabinieri che lo fermarono per un controllo tra Pitigliano e Sorano mentre insieme a tre amici minorenni stava andando ad un rave party. Antonio Santarelli morì l'11 maggio, il collega Domenico Marino perse un occhio. Gorelli fu condannato all'ergastolo e poi la pena è stata ridotta a 20 anni. In carcere - a Bollate - si è laureato (prima in Pedagogia, poi in Economia) e adesso è diventato educatore nella comunità Kayròs di Milano guidata da don Claudio Burgio.
Segue minorenni complicati, già passati nelle aule del tribunale, e ha un progetto che si chiama "Atacama", come il deserto cileno più arido del mondo. Il percorso di rieducazione Matteo lo ha iniziato grazie a sua madre, Irene Sisi, e a Claudia Francardi, la vedova di Santarelli. Hanno lavorato insieme perché da quella tragedia potesse nascere una speranza.
"Conosco il progetto di Matteo, anche se questa è una cosa alla quale io non partecipo direttamente - dice Claudia Francardi. Credo però che questo sia l'emblema di come dovrebbe essere la giustizia: riparativa. A chi è in carcere devi dare anche la speranza e la possibilità di capire gli errori commessi per non commetterli più. Matteo adesso fa anche questo: sa cosa provano i ragazzi che segue e loro sanno che lui può capirli, perché era come loro".
Con la madre di Matteo porta avanti anche lei progetti sociali ma nessuna delle due ha mai avuto atteggiamenti troppo protettivi: "Con Irene - dice - non diciamo mai che non condanniamo ciò che ha fatto Matteo, perché ha sbagliato e ha commesso un reato gravissimo. Però diciamo che indietro non è possibile tornare e che allora è giusto provare a fare qualcosa perché il futuro sia migliore. Questo diciamo quando facciamo incontri nelle scuole o nelle carceri".










