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di Giovanna Taverni

Il Domani, 29 luglio 2025

Quando Chet Baker suonava la tromba nel carcere di Lucca, la gente si fermava in strada, sotto le mura della casa circondariale di San Giorgio, perché era favoloso ascoltare Chet suonare, proprio come lo è ancora oggi, non ci stanchiamo mai di ascoltare la tromba di Chet Baker, che ha un suono così speciale, doloroso, l’effetto di una bambagia avvolgente. La leggenda narra che un visionario passante registrò addirittura un bootleg dalla strada con il suono di quella tromba, “Chet Baker, dentro le mura”, ma di quella registrazione si fa fatica a trovare traccia.

Chet Baker trascorse più di un anno nel carcere di San Giorgio, il giudice gli aveva concesso di suonare un paio di ore al giorno e lui si faceva bastare il tempo. Era il 1960. In carcere i detenuti gli chiedevano di suonare i successi italiani dell’epoca; Chet li accontentava, poi si ritirava nel suo iperuranio a suonare la musica che gli tirava fuori l’anima, il jazz. Perché se il blues è un tirarsi fuori la tristezza e i diavoli dall’anima, il jazz non ci va poi lontano a buttare fuori le bruciature della vita. E Chet Baker era un bruciato, un pifferaio magico che richiamava intorno a sé immaginifici ascoltatori e problemi vaganti, arresti e disavventure, eroina e jamming session.

Di quei mesi, dell’arresto di Lucca, delle tasche piene di droga, della fame di musica che brucia in vena, Chet Baker ha scritto nei suoi quaderni di memorie, venuti alla luce solo un decennio dopo la sua morte (in Italia pubblicati da minimum fax col titolo “Come se avessi le ali”). Baker era arrivato in Italia insieme alla compagna Halema e al figlio Chesney, a cui dedicherà una ninnananna cantata in italiano, Chetty’s Lullaby, composta nei giorni del carcere, e incisa solo nel 1962, durante le registrazioni di Chet Is Back! negli studi Rca di Roma. Nelle sue memorie Baker appunta che in Italia aveva cominciato a diventare dipendente da un farmaco tedesco, il Jetrium, “la cosa più vicina alla roba che abbia mai provato”. Così aveva cominciato a fare avanti e indietro in aereo dalla Germania per andare a comprare il Jetrium. Il tempo di Chet Baker era all’epoca scandito da concerti, dipendenze, e scappatelle con la ballerina Carol Jackson, che diventerà poco alla volta una presenza importante nella sua vita.

Una sera di lavoro in un locale sulle spiagge della Versilia, Baker aveva incontrato il dottor Lippi Francesconi, direttore di una clinica a Lucca, e deciso di andare da lui per provare a disintossicarsi. Che non riuscisse a liberarsi dalle dipendenze, Chet lo racconta senza filtri: “l’eroina mi piaceva molto, e ne feci uso quasi continuamente, in una forma o nell’altra, per vent’anni”. Gli amici e gli impresari lo aiutavano a rifornirsi, e intanto lui vedeva le sue vene che “collassavano e scomparivano sempre di più”. Quasi non le trovava più.

Alla fine di un caldo luglio del 1960, Baker era alla guida di una Fiat in noleggio, si fermò a una pompa di benzina e andò al bagno per bucarsi. Era dentro da tre quarti d’ora nell’incapacità di trovare una vena quando la polizia bussò alla porta. In quella occasione Chet venne trattenuto e interrogato ma non ancora arrestato. Il giorno dopo la notizia arrivò sui titoli dei giornali locali, il mostro venne sbattuto in prima pagina e fu aperta un’inchiesta per possesso di droga e introduzione illegale di farmaci in Italia. In agosto Chet Baker venne arrestato e messo dentro nel carcere di Lucca.

Di quei giorni si è detto, scritto, documentato, filtrato. Le parole di Baker sono le più dirette. “Mi misero in infermeria per dieci giorni, poi mi trasferirono in una cella d’isolamento dove passai i sei mesi successivi. Non c’era nessuno che parlasse una sola parola d’inglese. Di notte, dall’altra parte del cortile, sentivo Halema piangere in continuazione”, scrive il trombettista nei suoi appunti di memorie e sembra di vederlo il giovane Baker nella sua cella a cercare di capire come ci è finito dentro un carcere in Italia.

Non era quella l’estate italiana che vendono nelle brochure di viaggio, e forse l’estate italiana è un miraggio che non esiste, una fantasia dei Gran Tour estinti nei taccuini degli scrittori del romanticismo, un enorme parco giochi mostro che ti inghiotte. Nei suoi diari Chet Baker annota l’indispensabile, non si dilunga mai troppo, salta in avanti le settimane e i mesi, ci mette dentro solo i particolari che ritiene importanti. Il prete della prigione, padre Ricci, che gli leggeva di nascosto tutta la posta e censurava le lettere coprendo le parole con l’inchiostro nero. Un ex partigiano iugoslavo con cui si fermava volentieri a giocare a scacchi. Un fornello elettrico illegale che possedevano alle celle. I libri che gli spediva Carol in carcere, e che lui si metteva a leggere con una lampadina da cinque watt. Soprattutto Chet Baker ricorda la sua tromba, che poteva suonare un paio di ore al giorno: “Scrissi trentadue canzoni, e il tempo passò veloce”. Tra quelle canzoni ci sarebbero Motivo su raggio di luna e Il mio domani.

Il suono indispensabile - Per un musicista il suo strumento è un’estensione del proprio corpo, e così era per Chet Baker la cui mano era legata alla tromba, farci vibrare le labbra dentro era anche un modo per sentir passare veloce il tempo, e forse la punizione più dura per Chet in carcere (più dell’isolamento) sarebbe stata separarsi dalla sua tromba, l’incapacità di convertire in suono quello che stava bloccato dentro. La musica può essere un potente antidoto alla tristezza: questo americano bianco dell’Oklahoma che si era messo a suonare la musica jazz, aveva dimostrato talento, era un irrequieto ma aveva trovato il modo di uscire dal baratro con la musica, e con la sua musica faceva uscire dal baratro anche chi lo ascoltava, bastava un giro delicato di note di tromba o una My Funny Valentine cantata quasi sussurrando parole, come dalla fine della terra. Chet Baker aveva pure una voce bellissima, e gli impresari lo sapevano.

Fuori dalla prigione lo stavano tutti già aspettando. Chi voleva farci un film, chi un disco, chi un servizio di fotografie. Alcuni produttori erano già andati a parlargli in prigione, si erano accordati, gli avevano versato anticipi. Quando Chet tornò libero aveva imparato due cose: l’italiano e il grande gioco della macchina tritatutto. “Lo stesso giornale che aveva provocato tutto il casino diede grosso risalto alla mia scarcerazione”, annota nei suoi quaderni di ricordi. E ancora: “I paparazzi seguivano me e Carol dovunque, scattando centinaia di foto”. Nessuno voleva lasciarsi sfuggire quella faccia giovane e alienata alla James Dean. La Rca Italia lo portò a suonare insieme a Ennio Morricone, il governo italiano gli chiese di realizzare colonne sonore per alcuni documentari. Ma Chet Baker voleva altre cose, un club tutto suo o una qualsiasi nuova avventura. Non era fatto per starsene fermo. Avrebbe perduto tutti i denti. Sarebbe morto in circostanze misteriose. Qualunque cosa andava bene, gli bastava muoversi, portarsi dietro la tromba e suonare.