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di Federico Berni

Corriere della Sera, 29 febbraio 2024

L’incredulità della 39enne militante antifascista cresciuta a Monza è raccolta in un diario in cui racconta alla madre quello che vede e sente nella prigione in Ungheria. L’incubo diventa ancora più consistente alla notizia che le autorità ungheresi avrebbero “rinnovato” l’arresto. “Quando il giudice aveva detto che ci metteva in prigione per un mese, io avevo capito che era un mese e basta”. E invece Ilaria Salis in quella prigione di Budapest si trova ancora oggi, a più di un anno dal suo arresto per alcuni disordini scoppiati a margine di un raduno di neonazisti di febbraio dello scorso anno nella capitale magiara.

L’incredulità della 39enne militante antifascista cresciuta a Monza è raccolta in un diario rivolto alla “cara mamma”, trasmesso nell’edizione serale del Tg3, che rimette in fila gli appunti di un anno di detenzione. Oggi Ilaria Salis è sotto processo con l’accusa di aver provocato lesioni “potenzialmente letali” a due estremisti di destra (guariti in pochi giorni). Rischia una pena severissima a oltre 20 anni. L’arresto risale all’11 febbraio 2023.

Ai primi di marzo dello stesso anno, si sofferma per iscritto sulla vita solitaria in cella: “Fortunatamente non soffro troppo la solitudine (...) talvolta mi sorprendo a rivolgere due parole al piccione che si posa sul davanzale al di fuori delle sbarre, allo sgabello o all’armadietto”. Ogni mattina lo “spettacolo straordinario” dell’alba, che non avrebbe più potuto ammirare “dalle celle successive”. Alle prime luci, racconta, si allena: “Lo sport è il mio unico passatempo, perché purtroppo non ho neanche un libro”. L’ora d’aria è l’unico momento durante la giornata in cui vede altre detenute: “Scendere all’aria è davvero un’esperienza forte, lì hai davvero la sensazione di essere in prigione”. A camminare “in su e in giù” con le altre detenute, si sente “una tigre in gabbia”.

Le altre donne la guardano in modo strano: “Forse perché i media locali mi hanno trasformato in un mostro sbattuto in prima pagina e mi precede una sinistra fama di “flagello dei nazisti”, o forse semplicemente perché sono straniera”. Il tempo scorre “scrivendo lunghe lettere, immaginando che un giorno non lontano potrò spedirle”. La noia combattuta giocando “con la fantasia, come fanno i bambini”. L’immaginazione inventa “epiloghi rocamboleschi” per quella che all’epoca, l’insegnante milanese cresciuta a Monza, considerava all’epoca come “una strana disavventura”, ma che, nel tempo, “assumerà una forma ben più drammatica e crudele”.

A 21 giorni dall’arresto, prende forma la convinzione che “il corpo deve abituarsi a una condizione nuova e per nulla naturale, e il cervello deve fare pace con se stesso e accettare il fatto di essere in prigione”. Il ventiseiesimo giorno di prigionia, avviene la prima telefonata a casa: “Parlare nella mia lingua, ascoltare voci affettuose scatena emozioni devastanti. Per la prima volta le mie guance sono rigate da calde lacrime”. Ma è dopo un mese, che le viene data una notizia che suona come un verdetto: “Arresto rinnovato”. In quella occasione, riceve un altro colpo: “Tutti i miei contatti sono vietati. Una pazzia”. Il pensiero va alla famiglia: “Saranno preoccupati ed affranti i miei. Ed io sono qui (...) e non capisco quasi nulla di ciò che accade intorno. Tumulata viva, segregata in un mondo alieno, in un baratro oscuro “dove ‘l sol tace”“.