di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 2 febbraio 2024
La maestra italiana detenuta a Budapest: “Ho firmato una lettera in ungherese e ho paura”. Ieri mattina Ilaria Salis ha chiamato dal carcere l’ambasciata italiana a Budapest. Doveva parlare di una questione personale che non ha nulla a che vedere con le condizioni di detenzione né con il processo a suo carico, e dopo aver dialogato con il funzionario che ha già incontrato molte volte nel penitenziario dov’è rinchiusa da quasi un anno, s’è fatta passare l’ambasciatore Manuel Jacoangeli. L’ha ringraziato per la vicinanza e il supporto ricevuti e manifestati, e si sono dati appuntamento a mercoledì prossimo, quando il capo della missione diplomatica tornerà a farle visita dopo il colloquio del 24 gennaio. Poco dopo in ambasciata è arrivata una lettera, in cui Ilaria spiega di aver risposto ad alcune domande di funzionari ungheresi sulla sua situazione carceraria. Lei ha confermato le precedenti denunce, ma poi ha sottoscritto un verbale in ungherese: “Qui dobbiamo eseguire gli ordini, e ho dovuto firmare pur non avendo capito che cosa c’era scritto”.
Diplomazia - L’ambasciatore ha subito trasmesso la lettera all’avvocato italiano, Eugenio Losco, e ha chiesto alle autorità ungheresi il verbale in lingua magiara, per verificarne il contenuto. “Ilaria è molto preoccupata, e io mi chiedo se era una forma di intimidazione o un tentativo di spaventarla”, commenta il difensore. Consapevole di giocare, con la sponda dell’ambasciata, una partita che è politica, giudiziaria e diplomatica insieme. Su due fronti distinti: le condizioni detentive e il processo per lesioni aggravate dall’aver partecipato a un’associazione a delinquere, appena cominciato.
L’altra mattina, dopo le immagini della prima udienza alla quale l’imputata è stata condotta legata mani e piedi, tenuta con una sorta di guinzaglio e guardata a vista da un uomo armato e incappucciato - a sottolinearne la pericolosità e la gravità delle accuse che le vengono mosse - l’ambasciatore Jacoangeli è andato dal ministro della Giustizia Judit Varga. Ha portato con sé una decina di prime pagine di quotidiani italiani con le foto di Salis in catene davanti ai giudici, per spiegare che sono il sintomo di una grande apprensione che sta montando nel Paese per le sorti della giovane connazionale. Il Guardasigilli ha risposto di avere chiesto al procuratore capo di Budapest un rapporto sulle condizioni detentive della donna, e che appena sarà pronto lo condividerà con l’ambasciatore. Forse proprio alla preparazione di questo documento è legato il verbale in ungherese firmato da Ilaria, seguito a una visita del procuratore in persona. Evento non comune, del quale Ilaria ha parlato con i suoi genitori che l’hanno incontrata subito dopo.
Il processo - Sono tutti segnali di un’attenzione molto alta su una situazione che resta comunque critica e incerta. Anche perché i riflettori accesi sulle modalità della detenzione e di traduzione in tribunale, peraltro comuni a tutti gli imputati di reati considerati gravi in Ungheria, non risolve l’altro e più complicato problema: il processo e il suo esito, dal quale dipende l’immediato futuro di Ilaria Salis. L’ipotesi di attendere la fine del dibattimento per scontare l’eventuale condanna in Italia come previsto negli accordi tra paesi dell’Unione europea, o dopo un’espulsione a seguito del verdetto, prevede tempi troppo lunghi. Alla prossima udienza, fissata a maggio, saranno ascoltati i primi testimoni, poi toccherà ai periti e sono state già fissate udienze nel prossimo autunno per visionare e valutare i video che sono il cuore delle prove portate dall’accusa.
La sentenza non potrà arrivare prima della fine dell’anno, o nel corso del 2025. Dunque per far cessare la carcerazione dell’imputata in Ungheria i difensori italiani e magiari - con l’avvocato Losco c’è il suo collega Gyorgy Magyar - stanno studiando un’altra strada: chiedere gli arresti domiciliari cautelari (cioè a processo in corso) in Italia, sulla base di altre Direttive e accordi europei. Che in realtà parlano di condannati, non di imputati, ma secondo la più recente giurisprudenza italiana si possono applicare anche ai detenuti in attesa di giudizio.
La politica - E qui dovrebbe entrare in gioco il ministero della Giustizia a Roma. Dal quale, dopo tre istanze rigettate dal giudice ungherese con la motivazione del pericolo di fuga dell’imputata, i legali sono in attesa di un supporto da allegare a una nuova domanda di domiciliari cautelari; in modo da poter offrire alla magistratura, direttamente dal governo italiano, garanzie tali da superare le ragioni dei dinieghi precedenti.
Gli uffici di via Arenula sono al lavoro su questo. Roma potrebbe assicurare, con una nota scritta, che qualora fossero concessi i domiciliari cautelari non ci sarebbero pericoli di fuga dell’imputata, né di una sua mancata partecipazione al processo. In Italia le si potrebbe infatti applicare il “braccialetto elettronico” per scongiurare tentativi di evasione, e la donna potrebbe essere tradotta in Ungheria ogni volta che fosse richiesta la sua presenza fisica in udienza. Contatti tra ministero e avvocati sono già in corso, ma alle considerazioni tecniche andrà aggiunta la volontà politica di mettere tutto nero su bianco, affinché i difensori possano giocare anche questa carta. Presentata la nuova istanza, tornerebbe in gioco il lavoro diplomatico a Budapest per fornire ogni possibile supporto alla partita giudiziaria.










