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di Matteo Maria Zuppi

La Stampa, 13 gennaio 2023

Ci sono le basi umanistiche di un sogno che deve diventare realtà. Racconta Ryszard Kapuscinski in Ancora un giorno, cronaca degli ultimi momenti della colonizzazione portoghese in Angola, che, per capire cosa stava davvero succedendo sul fronte attorno a Luanda, bastava dare uno sguardo alla rada del porto dalle finestre dell’albergo Tivoli in cui erano rintanati i giornalisti, privi di telefoni o telex. All’àncora erano ormeggiate in permanenza varie navi battenti bandiere europee. I loro capitani, in contatto radio continuo con l’Europa, avevano una visione migliore di ciò che stava accadendo sul campo di battaglia rispetto a chi si trovava in trappola nella città assediata e accerchiata dalle truppe dell’Mpla (Movimento popolare di liberazione dell’Angola) e dell’Fnla (Fronte nazionale di liberazione dell’Angola). Quando le notizie davano la battaglia finale per Luanda ormai vicina, le navi salpavano e si allontanavano verso il mare aperto per fermarsi a qualche miglio dalla costa, sempre in vista. Quando le notizie erano migliori, ritornavano nella baia per attraccare e caricare, “come sempre”, caffè e cotone. Questo movimento era durato settimane e bastava guardare fuori della finestra per sapere come stava andando la guerra. Per molto tempo tale ritmo altalenante è stato il modello nelle relazioni tra Europa e Africa, così strette nel passato, poi così allentate da far sparire tutto un continente dal nostro orizzonte quotidiano. Certo il commercio continua, “come sempre”, ma non basta ad avvicinare l’Africa all’Europa, se non a tratti e per motivi ben precisi e contingenti.

Cos’è oggi l’Africa per l’Europa? Nel discorso pubblico il continente nero rimane sfuggente. Lo si dipinge alternativamente come terra delle opportunità economiche o come mostro demografico pronto a schiacciarci; giacimento a cielo aperto o antro di malattie e pandemie; buco nero che inghiotte gli aiuti internazionali o socio nel commercio internazionale; “lions on the move” (McKinsey) o “bottom billion” (come scrive Paul Collier) cioè l’ultimo miliardo. La globalizzazione ha fatto arretrare la povertà estrema nel mondo; in Asia la partita è stata in parte vinta e oltre la metà dei poveri ancora esistenti si concentra ora in Africa. D’altra parte, se osserviamo come sono aumentate le diseguaglianze in Europa possiamo immaginare l’effetto dall’altra parte del Mediterraneo. C’è una lunga storia di rapporti tra Africa subsahariana ed Europa, al centro della quale si colloca la colonizzazione (ma anche la vecchia storia dello schiavismo), che provoca sentimenti controversi.

Dopo aver perduto valore geopolitico dalla fine della Guerra fredda, con l’avvento della globalizzazione l’Africa ha riacquistato centralità sugli scenari mondiali. Malgrado i conflitti (soprattutto la violenza diffusa), le malattie e l’instabilità politica - che comunicano una percezione del continente come “spazio diffi cile” - oggi l’Africa conta di più. Gli anni Novanta - il decennio d’oro dell’Europa - sono stati per l’Africa anni di crisi economica ma anche di democratizzazione: si sono dissolte alcune dittature come quella di Menghistu in Etiopia o la cleptocrazia di Mobutu in Zaire; è finito l’apartheid in Sud Africa. C’è stata la pace in Mozambico nel 1992 dopo un milione di morti, grazie alla mediazione svolta dalla Comunità di Sant’Egidio. Poi sono venuti gli anni Duemila che paradossalmente hanno visto l’inizio della crisi occidentale ed europea ma in parallelo lo sviluppo del continente africano, almeno fino alla pandemia. Dalla svolta del Millennio si è parlato di “Africa Rising”: un continente nuovo con più democrazia e una classe media in espansione. Gli investimenti esteri hanno portato nuove opportunità e la crescita è rimasta sostenuta per vent’anni. Le. società civili africane sono diventate protagoniste di molte battaglie per i diritti umani e civili. Numerosi Paesi si sono incamminati verso la democrazia, i colpi di stato sembravano quasi finiti e l’Unione africana non accettava più cambi di regime violenti. Insomma circa vent’anni di buone notizie, mentre l’Europa iniziava una lenta (anche se molto confortata) discesa nel sentimento di declino, ad esempio nei confronti di un’Asia alla conquista dei mercati. Il momento più difficile per l’Europa è stato la crisi finanziaria del 2008 che invece non ha avuto effetti in Africa. In quegli anni si è detto che “la Cina ha conquistato l’Africa”.