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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 29 maggio 2026

La proposta passa alla camera, dove si vota la relazione sulle politiche Ue. Se n’è accorta Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi Sinistra: la maggioranza vuole disinnescare le sanzioni dell’Unione europea per chi non rispetta lo stato di diritto, considerandole “discrezionali”. Ieri la camera ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla relazione della commissione politiche Ue sul programma di lavoro della Commissione europea e sulla relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue per il 2026. Scorrendo il testo, si scopre che alle premesse, al punto 13 che parla dell’erogazione delle risorse finanziarie Ue, la destra sostiene che “è necessario vigilare affinché i meccanismi di condizionalità siano ancorate a criteri oggettivi e misurabili e non a criteri politicamente sensibili e discrezionali”.

“In questo senso - prosegue il dispositivo - desta preoccupazione, in particolare, la proposta di rafforzare ulteriormente l’attuale regime di condizionalità a tutela del bilancio dell’Unione per i Piani di partenariato nazionali regionali, come la sospensione dei finanziamenti, a fronte di asserite violazioni dello stato di diritto da parte di uno stato membro. Questo, infatti, significherebbe attribuire una natura di fatto vincolante e cogente alle ‘raccomandazioni’ formulate dalla Commissione europea sulla base della relazione annuale sullo stato di diritto che dovrebbe invece rimanere uno strumento preventivo di soft law”.

Questa impostazione, bisogna dire, non è del tutto campata in aria a Bruxelles: risponde all’applicazione selettiva dei criteri democratici che da presidente del parlamento Ue David Sassoli aveva rigettato e che invece la commissione Von der Leyen utilizza come merce di scambio per far passare alcuni dossier. Ne consegue che al punto 20 degli impegni, la maggioranza chieda di “espungere i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello stato di diritto da parte degli stati membri”.

Piccolotti protesta in aula: “Ci pare che la vostra mozione dica che lo stato di diritto in Europa vale fino a un certo punto, cioè vale finché non incontra la volontà di persone come Orbán, finché non incontra la volontà di potenza di leader che puntano a soluzioni autoritarie”. “State dicendo che l’Unione non deve intervenire con sanzioni quando uno stato membro viola i principi democratici, viola l’equilibrio dei poteri, minaccia l’autonomia della magistratura, minaccia la libertà delle persone - spiega sempre Piccolotti intervenendo per le dichiarazioni di voto.

Questo punto della mozione è completamente inaccettabile, dimostra tutta la vostra subalternità a Trump, a Putin, a Orbán e a tutta la filiera dell’internazionale nera e mette a rischio l’Europa così come noi, e come le generazioni prima di noi, quelle che erano uscite dalla seconda guerra mondiale, l’avevano concepita, cioè come uno spazio di libertà e democrazia”.

Il tema è di quelli dirimenti, tutt’altro che tecnico. Viene il sospetto che dall’Italia si voglia dare un segnale al mondo post-Visegrad e sulle torsioni autoritarie: è su questo punto che si è giocata la campagna elettorale ungherese che ha condotto alla sconfitta di Orbán, con il rivale Magyar che ha promesso il ripristino di alcune garanzie democratiche e dunque lo sblocco dei fondi. Proprio due giorni Avs ha presentato interrogato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi a proposito del caso del passaggio dell’ex ministro della giustizia polacco Zbigniew Ziobro attraverso l’Italia. Ziobro, indagato in Polonia, ha lasciato l’Italia dall’aeroporto di Milano Malpensa il 9 maggio scorso, imbarcandosi per Newark senza che nessuno lo fermasse. Per di più, dopo il voto di ieri a Montecitorio, il leghista Stefano Candiani ha chiesto che la relazione venga trasferita in Europa velocemente, sollecitando la trasmissione della relazione.

Tra gli impegni previsti nella relazione, anche quello che chiede si “prosegua pienamente il sostegno dell’Unione all’Ucraina sotto il profilo politico, finanziario e militare e nel percorso di ricostruzione e di progressiva integrazione europea”. E un altro che prevede il rafforzamento della “base industriale e tecnologica di difesa europea, includendo anche Stati europei non Ue e alleati Nato”. Questi due punti sono stati votati separatamente dal resto del testo, su richiesta di Azione. Il partito di Calenda ha espresso il suo consenso e sono passati con 135 voti a favore, 89 contrari e 3 astenuti.