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di Massimiliano Annetta (Avvocato)

 

Il Garantista, 27 febbraio 2015

 

Intervengo, buon ultimo, nel dibattito provocato dall'articolo a firma di Errico Novi sulla "tangentopoli" sammarinese. Premetto che non potrò entrare troppo nel merito della vicenda giudiziaria in corso, non tanto per la questione "estetica" che sconsiglia al difensore di tessere le lodi delle proprie tesi processuali, ma perché nell'ordinamento sammarinese esiste il reato di cui all'art. 17 delle norme di attuazione del codice penale e di riforma della procedura penale per il quale "i difensori delle parti sono tenuti al segreto sia per tutto quanto avvenuto nel corso degli atti ai quali hanno presenziato sia per quanto concerne la copia dei verbali di detti atti loro rilasciata, fino al momento della pubblicazione del processo"; che poi sulla stampa sia tutto un florilegio di indiscrezioni in ordine all'indagine già di per sé la dice lunga sulla parità delle armi in campo tra accusa e difesa.

Posso, invece, offrire un contributo alla riflessione sollecitata dalla replica che all'articolo ha voluto rivolgere la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino e dalla controreplica che ne è seguita, perché è riflessione che va diritto al punto della questione Giustizia, in Italia, a San Marino ed in ogni altro Paese, e che è una sola: l'equilibrio fra i poteri. Perché, all'evidenza, la questione è quella della costruzione di uno spazio giuridico europeo e, soprattutto, della direzione che questa costruzione vogliamo che prenda.

Certo comprendo che il diritto sia materia che, come diceva Winfried Hassemer, mal si presta alle semplificazioni (sebbene il filosofo aggiungesse che nondimeno tutti volessero dire la loro, un po' come nel calcio). Ma alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino verrebbe da chiedere qual è la sua opinione circa la compatibilità tra adesione alla Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo ed un ordinamento inquisitorio puro quale quello sammarinese, nel quale non son previsti termini temporali di sorta alla durata della custodia cautelare e in carcere ci si può finire, di fatto, senza vaglio di un giudice terzo, data la totale devoluzione della fase cautelare al magistrato inquirente.

Sono domande che, all'evidenza, non urtano la "sovranità" di nessuno né tantomeno paiono "illazioni avanzate in ordine alla correttezza e alla competenza dei giudici", ma, chissà perché, restano senza risposta. Torniamo, quindi, al tema principale: quale spazio giuridico europeo? Perché qui la questione diventa rilevante anche alle nostre latitudini e il riferimento alla proposta Gratteri pare tutt'altro che campato in aria, perché in Italia un sistema compatibile con i principi della Cedu ce l'abbiamo, ed è quello costruito dal codice Vassalli e basterebbe depurarlo dai sedimenti che sin dalla sua nascita i nostalgici dell'inquisizione gli hanno appiccicato addosso. Sarà per questo che, nonostante sia ormai un ragazzone di ventisei anni, ancora nelle aule dei tribunali ci si ostina a chiamarlo "nuovo codice" come se fosse un discolo che va riportato alla ragione a suon di scappellotti.

E a ben vedere i centotrenta articoli della proposta Gratteri questo sono: buffetti, nemmeno troppo affettuosi, al rito accusatorio. E non è che se alziamo lo sguardo al livello europeo le cose vadano troppo meglio perché si replica il solito problema che abbiamo a casa nostra: la produzione legislativa in materia di giustizia non è mai affrontata come problema giuridico e neppure giudiziario, ma solo politico, spesso nella sua declinazione più prosaica, che anche i bambini sanno essere esclusivamente quella di guadagnare il consenso. E non c'è niente di meglio del populismo forcaiolo per raggiungere lo scopo, agitando ogni volta un idolum theatri diverso: una volta la sicurezza, l'altra la corruzione, l'altra ancora il terrorismo, e chi più ne ha più ne metta.

Questo produce al Parlamento Europeo come in quello nostrano, una continua rincorsa, quasi sempre esclusivamente enfatica, a modelli securitari. E non è che fuori dai parlamenti le cose vadano meglio perché si fa avanti sempre più forte una suggestione che immagina di poter risolvere tutti i problemi trasferendo al Giudice un inammissibile potere punitivo talvolta al di là dei limiti normativamente fissati, ritenendo che il giudice sia chiamato a inverare non lo Stato di diritto ma lo Stato etico, senza accorgersi, o forse accorgendosene benissimo, che così si negano alla base quelli che sono i principi fondamentali dello stato democratico. Ecco allora che il tema di quale spazio giuridico europeo costruire dimostra tutta la sua attualità. Proprio perché abbiamo il timore che qualcuno a Bruxelles o più vicino a noi abbia la tentazione di "tornare indietro", abbiamo deciso di costituire Jus Progress.

A ben vedere nel nome ci sta già tutto: diritto, in un'ottica progressista e riformista, mischiando latino e inglese, per rammentarci dove andiamo ma ricordarci pure da dove veniamo. Perché i garantisti saranno pure pochi, magari si sono pure un po' imborghesiti e hanno persino messo su un po' di pancetta, ma sui fondamentali non transigono e se sono riusciti con le loro battaglie, che affollate non sono state mai, a fare inserire il Giusto Processo in Costituzione, possono farsi sentire anche in Europa.

Mi sento quindi di tranquillizzare la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino: il fine che chi scrive, sia quando indossa la toga del difensore sia quando come oggi si occupa di politica giudiziaria, cos' come del giornale che ospita queste mie riflessioni, del quale sono innanzitutto un assiduo lettore, è ben più ambizioso che quello di polemizzare con la Serenissima Repubblica di San Marino.

P.S.: una cosa però alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino proprio non riesco a fare a meno di dirla: non una riga, nella replica, sulla questione carceraria; sul tema che c'è qualcosa che non va non lo diciamo noi "garantisti": lo dice il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, e a ricordarlo non mi pare che si possa offendere nessuno.