di Ilaria Dioguardi
vita.it, 23 settembre 2026
Tra le persone detenute, nell’anno scolastico 2025/26 ce n’erano 1.978 iscritte all’università: nel 2020 si fermavano a 970. Vita anticipa i dati del “Rapporto 2026” della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, presieduta da Giancarlo Monina: “Sono 47 gli atenei che hanno un polo universitario attivo nelle carceri”. Le esperienze della Bocconi (Milano) e Tor Vergata (Roma), nelle parole di Marta Cartabia e Marina Formica. E un convegno in Bocconi per il decennale del “Progetto Carceri”. Mille novecento settantotto è il numero degli iscritti all’università in carcere, nell’anno scolastico 2025/2026: 1874 uomini e 104 donne.
“Nel 2018/2019 erano 768, nel 2020/2021 il numero era salito a 970, nel 2023/2024 erano 1636. Nel 2025 i laureati nei penitenziari italiani, tra triennali e magistrali, sono stati 57, nel 2020 erano stati 27”. A darci un’anticipazione dei dati del Rapporto della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp 2026 è Giancarlo Monina, presidente della Cnupp. “La presentazione pubblica del Rapporto è prevista in occasione dell’Assemblea della Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui nel prossimo autunno”.
Lombardia, Lazio e Toscana le regioni con più iscritti - “Sono 57 le università italiane associate alla Cnupp, che si è costituita nel 2018. Non tutte sono già operative all’interno del carcere, alcune si stanno attrezzando per esserlo. Sono 47 gli atenei che hanno un polo universitario attivo all’interno delle carceri, operativi in 120 istituti di pena su tutto il territorio nazionale”, prosegue Monina. L’indirizzo politico-sociale il più scelto, con il 24% di iscritti, seguito da quello letterario-linguistico-artistico (16%) e da quello psico-socio-pedagogico (15%). Lombardia (365), Lazio (321) e Toscana (252) sono le regioni con il maggior numero di iscritti. Trentino-Alto Adige (1), Umbria (19) e Marche (43) sono quelle con il minor numero di studenti.
“Il processo rieducativo in carcere e il reinserimento sociale sono i nostri obiettivi, però la maggior parte dei nostri laureati rimane negli istituti per molto tempo, devono scontare pene lunghissime. Il loro problema è anche quello della qualità della vita in carcere. E studiare durante la detenzione alza il livello di qualità, di dignità della pena. La percentuale di laureati che esce è abbastanza bassa”, continua il presidente della Cnupp. “Non abbiamo ancora dati su quanti dei laureati lavorano. Nella fase di fine pena, che spesso ha un periodo di regime alternativo, è alto il rischio di perdere il contatto diretto con le persone. Per la nostra esperienza, i laureati usciti dal carcere trovano sempre lavoro, ovviamente non sempre si tratta di impeghi attinenti al loro percorso di studi. Sicuramente lo studio accademico aumenta le capacità di relazioni sociali e di capacità lavorativa in generale”.
Quanto lo studio cambia le prospettive delle persone detenute? - Studiare in carcere “cambia completamente le prospettive delle persone ristrette. Noi vediamo cambiamenti sui processi di trasformazione, dal punto di vista caratteriale, culturale, della costruzione delle relazioni, del rapporto con se stessi. Forse è questo l’elemento più entusiasmante del nostro lavoro, più che vedere che un detenuto superare un esame. E nelle loro situazioni ogni esame è un’impresa titanica, è molto di più di quanto si possa immaginare”, continua Monina, “per le condizioni di studio, perché spesso riprendono a studiare dopo anni e anni di inattività, inoltre arrivano da percorsi scolastici molto fragili e sono in condizioni di fragilità psicologiche. Lo studio in carcere è veramente trasformativo”.
Le difficoltà dello studio negli istituti di pena - “Manca un pieno riconoscimento da parte dell’amministrazione penitenziaria dell’università come istituzione. Ci sono enormi difficoltà di tipo logistico. Quando in un istituto c’è un’aula studio spesso gli studenti hanno pochissimo tempo a disposizione, ci possono andare un’ora al giorno. Spesso non è consentito portare il computer portatile in cella, anche senza collegamenti on line chiaramente”, dice Monina. “Il carcere è un’emergenza umanitaria che il Paese non vuole riconoscere. Con un sovraffollamento di oltre il 140% è chiaro che il diritto allo studio, quando non vengono curate le persone che hanno gli accessi ai denti o con malattie gravi, che vivono in sei in una cella e devono raggiungere il quarto piano di un letto a castello, sembra meno importante. Per noi è fondamentale”, continua, “la battaglia di civiltà per i diritti perché se no non ci sono le condizioni per studiare. La logica securitaria, comprensibile all’interno del carcere, non può diventare un alibi per non aprire gli spazi agli interventi istituzionali di altre istituzioni della Repubblica come l’università”.
Da 20 anni Tor Vergata è a Rebibbia - “Dal 2018 ad oggi sono stati 11 i laureati in carcere con il nostro ateneo”, dice Marina Formica, delegata del rettore dell’Università Tor Vergata di Roma per le attività universitarie presso gli istituti penitenziari. Nell’anno scolastico 2025/26 sono stati 68 gli iscritti del secondo ateneo romano. “Iniziammo vent’anni fa a lavorare dentro Rebibbia Nuovo Complesso, siamo stati la prima università del Lazio ad entrare in carcere. Spesso, come capita per tanti laureati, una volta uscite le persone lavorano ma non in maniera coerente col proprio titolo di studio. Cerchiamo di seguire gli studenti il più possibile, una volta fuori.
Si creano dei rapporti di conoscenza, che ci piace continuare. Tra tutti gli ex studenti che incontro e sento, nessuno è stato colto per una recidiva”, prosegue Formica. “A mio avviso, il punto principale è il rapporto personale che si deve instaurare tra docente e detenuto. Il valore dello studio (e questo vale per tutti) non è solo nell’acquisizione di un titolo, che ovviamente è importantissimo anche a fini lavorativi, ma è nel fatto che lo studio deve aiutare a fare anche un atto di autocritica, di conoscenza del sé, di progettazione del futuro”.
Il problema degli spazi - “Lo studio in carcere aiuta veramente le persone a cambiare perché fa assumere prospettive diverse. Le persone con cui sono rimasta più in contatto hanno ora una visione del sé e del nucleo familiare molto diversa rispetto ad anni fa, con una concezione della persona, dei concetti del valore e della libertà che prima non c’erano”, continua Formica. “A volte mi dicono, ridendo: “Lei ci ha complicato la vita. Prima di studiare tanti problemi non ce li ponevamo, adesso è diverso”. Formica conferma che “c’è veramente una situazione drammatica nelle carceri per il problema degli spazi, anche per quanto riguarda lo studio. I detenuti non possono muoversi da un reparto a un altro, quindi ogni reparto dovrebbe avere la propria biblioteca, il proprio spazio dedito allo studio. Chi è iscritto ad una facoltà a volte si trova in cella con sei-sette persone, tra chi accende la radio, chi la televisione, chi chiacchiera studiare diventa veramente complicato”.
La valenza dello studio dal punto di vista personale - “Non c’è strumento migliore per attuare i valori costituzionali sull’esecuzione della pena, volti a dare sempre una seconda chance ai detenuti, che quella di offrire loro una possibilità reale di cambiare vita attraverso lo studio e l’inserimento nel mondo del lavoro”, dice Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli Affari istituzionali in Bocconi, sottolineando lo spirito che da dieci anni anima l’iniziativa Progetto Carceri dell’ateneo milanese. “Come università il nostro obiettivo è sempre quello di mettere gli studenti nelle migliori condizioni per arrivare al traguardo della laurea.
Credo, però, che, anche quando questo non accade, perché magari interviene un trasferimento o un detenuto deve lavorare per mantenersi in carcere o contribuire al mantenimento della famiglia, il tempo trascorso a studiare assume una valenza molto importante dal punto di vista personale”, prosegue Cartabia. Il corso “consente a queste persone di mettersi alla prova in un contesto per molti insolito e scoprire o riscoprire attitudini nascoste. Una delle difficoltà maggiori per noi è convincere i ragazzi ad accogliere questa possibilità perché loro non credono in sé stessi. Anzi, occorrerebbe irrobustire il lavoro di sensibilizzazione per convincere un numero maggiore di detenuti a darsi una possibilità nello studio”.
Un incontro per il decennale del Progetto Bocconi - Un’opportunità che trasforma le vite. 2016-2026: 10 anni del Progetto Carceri Bocconi è l’incontro che si svolge il 22 settembre alle ore 17 all’Aula Manfredini dell’Università Bocconi, a Milano. Dopo i saluti istituzionali del rettore Francesco Billari, intervengono Giancarlo Monina, presidente Cnupp, Pietro Bianchi Fedrigoni, direttore del corso di laurea in Economia aziendale e management Università Bocconi.
Seguiranno gli interventi di Salvio Vicari, professore emerito di Tecnologia e gestione dell’innovazione Università Bocconi, Giacinto Siciliano, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise, Elisabetta Genovese, responsabile amministrativa Progetto Carceri Bocconi. Le testimonianze di studenti/laureati saranno seguite dalle relazioni di Carlo Salvato, direttore della Scuola Superiore Universitaria Bocconi, Giorgio Leggieri, direttore della casa di reclusione di Bollate, Rosalia Marino, direttrice della casa di reclusione di Opera, Melissa Miedico, professoressa di Diritto penale e responsabile Legal Clinics, Università Bocconi. Concluderà Marta Cartabia.









