di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 dicembre 2024
Giovedì scorso, nella prestigiosa sede dell’Università Lumsa, si è tenuto un seminario destinato a imprimere un segno significativo nel panorama penitenziario italiano. L’evento “Nuovi approcci per la complessità detentiva - L’Italia protagonista del sistema penitenziario europeo” ha rappresentato molto più di un semplice confronto accademico: è stato un momento di riflessione profonda sul concetto di detenzione. L’iniziativa, organizzata dalla Lumsa Human Academy - Fondazione Luigia Tincani in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, nasce dalla consapevolezza che il carcere non può essere un luogo dimenticato, un’appendice marginale della società, ma deve tornare a essere uno spazio di dignità, recupero e trasformazione umana. A testimoniare questa visione, sono intervenuti diversi protagonisti del settore. Tra questi, due voci si sono innalzate con particolare chiarezza: quella di Giovanni Russo, capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, e quella di Riccardo Turrini Vita, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Il capo del Dap: il carcere come parte della comunità - Giovanni Russo ha dipinto un quadro articolato del futuro penitenziario. “Un istituto non deve essere allontanato dal centro delle città”, ha affermato con convinzione, “relegato in luoghi dove diventa difficile anche per la società interloquire, creare occasioni di contatto e di confronto”. Le sue parole traducono un concetto centrale: il carcere non è un’isola separata dal mondo, ma una componente del tessuto sociale. Russo ha sottolineato con forza che le persone recluse sono “uomini che hanno sbagliato”, che sono stati giudicati, condannati, ma che mantengono intatti i loro diritti fondamentali. “Occorre una ricostruzione degli istituti - ha precisato non solo come luogo fisico, ma come rapporto tra carcere e territorio”. Un concetto che supera la logica puramente contenitiva e punitiva, per abbracciare una visione più complessa di reinserimento.
Il Garante: la dignità come base del sistema penitenziario - Riccardo Turrini Vita ha offerto una valutazione critica dell’attuale sistema detentivo. Ha evidenziato come gli stabilimenti penitenziari siano spesso ricavati da strutture originariamente concepite per altri scopi o semplicemente obsolete, non rispondenti a una visione umana dell’esecuzione della pena. Il suo intervento ha posto l’accento su aspetti cruciali della vita detentiva. Il Garante nazionale ha sottolineato l’importanza di garantire a ogni persona ristretta una camera individuale, accompagnata da servizi igienici che rispondano a standard minimi di decenza. Questi elementi non sono mere questioni logistiche, ma aspetti fondamentali che possono incidere significativamente sulla salute psichica e fisica dei detenuti. Con una prospettiva innovativa, ha suggerito di modulare la struttura detentiva in relazione al reale livello di pericolosità. La sua proposta è che esistano tipologie di strutture meno severe che possano essere ugualmente efficaci per la maggior parte dei detenuti, superando un approccio uniforme e potenzialmente controproducente.
Un laboratorio di innovazione - In questo contesto si inserisce il Corso di Alta Formazione sulle “Strutture detentive e management gestionale complesso”, pensato per la primavera del 2025. Un’iniziativa che vuole formare una nuova generazione di professionisti - ingegneri e architetti - capaci di progettare spazi detentivi attenti alla persona. L’obiettivo è chiaro: trasformare il carcere da luogo di mera segregazione a spazio di opportunità, progresso e inclusione. Il seminario della Lumsa ha rappresentato un momento di riflessione importante che ridefinisce il rapporto tra società, giustizia e recupero umano. Un contributo significativo verso un sistema penitenziario più attento alla dimensione umana.









