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di Francesco Giordano

Il Manifesto, 15 marzo 2022

“Educazione in carcere. Sguardi sulla complessità”, curato e scritto da Roberto Bezzi e Francesca Oggionni, e pubblicato l’anno scorso da Franco Angeli.

Il territorio è quello del Carcere - Seconda Casa di Reclusione di Bollate, situato alla periferia di Milano, in Via Belgioioso 120, a un paio di chilometri dall’Ospedale Sacco, al confine della città che poi si allunga verso isolati e desolati paesini. Luoghi cresciuti a vista d’occhio, con abitazioni sorte senza autorizzazioni, senza alcuna programmazione.

Il carcere viene inaugurato nel dicembre del 2000 come Istituto a custodia attenuata per detenuti comuni (secondo il disposto dell’art. 115 del dpr 231 2000). L’idea iniziale della Direzione era, ed in parte è, quella di un luogo fortemente educativo e rieducativo. A mio avviso, in parte lo è ancora, nonostante in più di 10 anni la popolazione detenuta sia aumentata notevolmente e di conseguenza sia impossibile fare un lavoro sulla persona; impossibile anche perché, mentre la popolazione detenuta è aumentata notevolmente, non è stato così anche per educatori, psicologi e assistenti sociali.

Vi è una nutrita e forte presenza di volontari, che però non può sopperire ad altre figure professionali necessarie a raggiungere quell’obbiettivo che anche la Costituzione prevede. Questo il luogo dove è stato pensato e scritto il libro “Educazione in carcere. Sguardi sulla complessità”, curato e scritto da Roberto Bezzi e Francesca Oggionni, e pubblicato l’anno scorso da Franco Angeli. In oltre 200 pagine, ben 15 autori e autrici disegnano un panorama completo di questa istituzione sempre più presente nella nostra società, nelle nostre città.

Suddiviso in 12 capitoli, sviluppa ed evidenzia tutti gli aspetti entro cui è immerso il complesso universo carcerario, cercando di portare alla luce molti aspetti che spesso, se non sempre, vengono accomunati facendo perdere ogni loro specificità. Una visione diversa sul carcere, per esempio nell’evidenziare come non sia composto da uomini e donne, ma da giovani, adulti e anziani, sia nel maschile che nel femminile e non solo.

Nel libro si parla dei detenuti anche come risorsa educativa e non unicamente come persone da rieducare. Infine, un libro che mette in evidenza quanto il carcere sia-presente non solo nei luoghi dov’è situato, ma dentro le coscienze di ognuno di noi, di tutti. Sarebbe stato utile affrontare anche il ruolo degli agenti di custodia, anche in questo caso uomini e donne, giovani ed anziani, ma forse sarebbero stati necessari altri dodici capitoli. Un libro che, mi auguro, possano leggere educatori, assistenti sociali, medici psicologi, psichiatri, ma anche cittadini “normali” dal nord al sud, isole comprese.