di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 maggio 2026
Il capo della feroce banda Roberto Savi rievoca i servizi deviati per ottenere una via di uscita dall’inferno penitenziario. Ma 277 faldoni smentiscono ogni teoria di una regia occulta. Roberto Savi ha 71 anni, è in carcere dal novembre 1994 e sta scontando l’ergastolo nel penitenziario di Bollate. È in carcere senza aver mai ottenuto un solo giorno di permesso premio, a differenza di suo fratello minore Alberto che dal 2017 usufruisce regolarmente dei benefici di legge. In questo stato di isolamento giuridico e decadimento fisico, l’ex poliziotto che ha guidato la banda più sanguinaria del dopoguerra ha deciso di parlare davanti alle telecamere di Francesca Fagnani, il programma “Belve”, riproponendo il vecchio schema della regia occulta e dei servizi segreti deviati per giustificare crimini che le sentenze hanno già cristallizzato come frutto di una ferocia autonoma e strutturata.
Le sue parole sembrano l’ultima carta giocata da un uomo che vede svanire ogni speranza di riabilitazione costituzionale, cercando di accreditarsi come custode di segreti inconfessabili pur di scardinare la rigidità di un fine pena mai che diventa insostenibile. Le dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione “Belve crime” puntano a smantellare la ricostruzione giudiziaria di alcuni dei delitti più atroci commessi dal gruppo, a cominciare dall’eccidio dell’armeria di via Volturno avvenuto il 2 maggio 1991.
Secondo l’ex poliziotto, quella non fu una rapina per recuperare armi, come stabilito dai giudici, ma un vero e proprio omicidio mirato contro Pietro Capolungo, l’ex carabiniere che lavorava nel negozio e che, a detta di Savi, era un ex membro dei servizi particolari dell’Arma. Savi sostiene che l’ordine arrivò dall’alto e che il gruppo veniva chiamato periodicamente per eseguire compiti specifici, muovendosi sotto una protezione che avrebbe garantito loro l’impunità per sette lunghi anni. Queste parole hanno sollevato l’immediata reazione dei familiari delle vittime, stanchi di veder trasformato il dolore dei processi in uno spettacolo dove il colpevole tenta di trasformarsi in una pedina di giochi più grandi. Se Savi possiede prove di regie esterne dovrebbe portarle nelle procure e non in TV, specialmente perché la verità storica è già scritta nei 277 faldoni di atti digitalizzati e accessibili a chiunque voglia confrontarsi con i fatti nudi e crudi.
I fatti contro le suggestioni della Falange armata - Per comprendere quanto ci sia di strumentale nelle recenti uscite di Roberto Savi bisogna tornare alla sostanza dei documenti processuali che descrivono una banda capace di commettere 103 reati, lasciando sul terreno 24 morti e oltre 100 feriti tra il 1987 e il 1994. La banda della Uno Bianca non è nata come un braccio operativo dello Stato deviato, ma come un gruppo di poliziotti in servizio che hanno sfruttato le loro conoscenze professionali e la loro posizione per rapinare caselli autostradali, uffici postali e distributori di carburante tra l’Emilia-Romagna e le Marche. La scelta della Fiat Uno bianca rispondeva alla semplice necessità tattica di confondersi con i mezzi della vigilanza privata dell’epoca per passare inosservati durante gli spostamenti notturni. Le indagini hanno dimostrato che i componenti del gruppo agivano con una freddezza criminale alimentata da una sorta di delirio di onnipotenza e, in molti casi, da un odio razziale che li portava a sparare contro cittadini stranieri senza alcun motivo apparente.
Il richiamo ai servizi segreti e alla cosiddetta strategia della tensione non è un elemento nuovo, ma un fantasma che ha aleggiato sulla vicenda sin dai primi anni Novanta, spesso alimentato dalla sigla della Falange armata che rivendicava molti dei loro colpi. Come Il Dubbio ha documentato più volte, tale sigla è stata usata da chiunque. Da mitomani, dai ragazzini hacker di allora per rivendicare le incursioni nei pc della banca d’Italia e non solo, e dalla mafia stessa per depistare.
I 277 faldoni del sistema SEStra, digitalizzati nel 2023, restituiscono una dinamica dei fatti lineare attraverso perizie e intercettazioni. Emerge come il massacro del Pilastro o l’omicidio di Castel Maggiore furono azioni pianificate dai Savi per testare armi o eliminare testimoni. Anche il caso del brigadiere Macauda, spesso usato per teorizzare il coinvolgimento dell’Arma, viene ridimensionato dagli atti: la sua condanna per depistaggio fu l’esito di un tentativo maldestro di ottenere ricompense personali, non una manovra orchestrata dai vertici per coprire la banda.
La caratura criminale dei membri della banda emerge con chiarezza dalle loro stesse confessioni rese durante i processi che si conclusero nel maggio del 1997 con la condanna all’ergastolo per Roberto e Fabio Savi e per Marino Occhipinti. L’unico dei tre fratelli a non appartenere alle forze dell’ordine era Fabio Savi, ma che viveva circondato da armi e divise. Parliamo di un arsenale fatto di fucili a pompa e carabine AR70 che venivano comprate o rubate. La sua stessa compagna Eva Mikula lo descrisse come un uomo ossessionato dal controllo e dalla violenza, ma mai legato a contesti di spionaggio. La verità documentata è che la banda sfruttò la propria appartenenza alla Polizia per restare invisibile: non furono i servizi a proteggerli, ma l’incapacità degli apparati investigativi di allora di immaginare che i killer potessero indossare la loro stessa divisa. E chissà se un giorno si potrà dire per il Mostro di Firenze, altra vicenda dove speculano le dietrologie più disparate, dove secondo lo storico avvocato Nino Filastrò, il serial killer potrebbe essere un uomo in divisa.
La verità nei faldoni e il diritto alla speranza - Separare la verità giudiziaria dal diritto penitenziario è necessario per restituire dignità al dibattito pubblico. Roberto Savi sconta crimini imperdonabili, ma l’Articolo 27 della Costituzione impone che la pena tenda alla rieducazione. Eppure, dopo trent’anni di detenzione senza permessi, il suo caso solleva interrogativi profondi. Mentre il fratello Alberto ha intrapreso un percorso riabilitativo, Roberto resta inchiodato ai pareri negativi del tribunale di sorveglianza: per i giudici, i Savi restano figure socialmente pericolose e prive di autentico pentimento. Questo stallo spinge spesso i detenuti a offrire verità mediatiche parziali per smuovere la propria posizione giuridica. Quando Savi allude a “servizi deviati” che avrebbero favorito la loro latitanza, lancia un’esca: sa che evocare complotti basta a incrinare sentenze passate in giudicato. Tuttavia, le indagini hanno dimostrato che la loro lunga impunità non derivò da reti di protezione occulte, ma dall’appartenenza alla polizia, dalla scarsa coordinazione tra procure e da macroscopici errori investigativi.
Bisogna riportare i fatti alla loro dimensione documentale.
La verità sulla Uno Bianca è scritta nei 277 faldoni digitalizzati e nella sentenza di Cassazione del 2000: lo Stato è responsabile civilmente, ma la banda agì in totale autonomia. Ogni altra ricostruzione appartiene al campo delle suggestioni, al bisogno di cercare un “grande vecchio” per non accettare che il male possa nascere spontaneamente dentro le istituzioni. La storia della banda è tragicamente lineare: poliziotti che hanno usato armi e divise contro i cittadini, sfruttando un sistema incapace di vigilare. Roberto Savi resta il responsabile di quel sangue. Sebbene richiedere permessi è un diritto, legare tale pretesa a presunti segreti rivelati dopo trent’anni è l’ennesima beffa. La giustizia non deve cedere alla vendetta, ma i colpevoli sono stati presi e la realtà dei fatti non cambia: la Uno Bianca fu una banda di criminali che agì da sola, protetta solo dalla propria ferocia.











