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di Gianluca Rotondi

Corriere della Sera, 28 gennaio 2023

Per il tribunale di sorveglianza Fabio e Roberto Savi non hanno mai spiegato le vere motivazioni alla base delle loro azioni sanguinarie. Nessun beneficio per Fabio e Roberto Savi, i fratelli assassini della Uno Bianca. Sia il lungo che il corto della banda si sono visti respingere dai giudici le richieste, rispettivamente, di lavoro esterno e di liberazione condizionale, cioè la possibilità di scontare il resto della pena fuori dal carcere in libertà vigilata. In entrambi i casi i giudici non hanno ritenuto completato il percorso di reinserimento e riconciliazione con le vittime. Nei tanti anni passati in carcere - 28 dal giorno dell’arresto che mise fine all’epopea criminale della banda - Fabio Savi ha maturato una riflessione condivisa del suo vissuto e riconosciuto come gravissimi i reati commessi, mostrando una “accettabile consapevolezza critica delle proprie responsabilità”. Diversamente dal passato, il lungo della banda, l’unico a non vestire la divisa nella holding criminale che dal 1987 al 1994 si è lasciata dietro 23 morti e un centinaio di feriti, ha provato a rompere la spirale che lo portava a percepire se stesso come una vittima di un sistema vessatorio.

I giudici: “Fabio Savi non si è riconciliato con le vittime” - Ma il percorso di revisione critica nei confronti delle sue vittime e delle ragioni che lo hanno spinto a vestire i panni del killer sanguinario, liquidate con un semplice e irrefrenabile bisogno di denaro, è in corso ma non ancora completato. Per questo motivo il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto il reclamo presentato da Savi contro il diniego al lavoro esterno al carcere disposto a ottobre, pur essendo maturati i presupposti di legge. Contro la concessione del beneficio si era espressa anche la Procura generale. Secondo il collegio presieduto dalla giudice Giovanna Di Rosa, a latere Simone Luerti, pur mostrandosi aperto a un percorso di mediazione, Savi non ha fornito segni tangibili di riconciliazione con le vittime. Il motivo lo ha spiegato lui stesso agli operatori del carcere che hanno stilato le relazioni di osservazione: “Ogni gesto verso le parti offese provocherebbe un effetto contrario a ogni riparazione e apparirebbe strumentale a ottenere benefici. Non mi perdoneranno mai, non posso inviare loro lettere di scuse”.

“Mai spiegati i motivi delle azioni criminali” - Per i giudici, che pure danno atto dei “progressi nel lungo periodo della detenzione dal punto di vista trattamentale, è “necessario testare realmente la bontà del percorso compiuto anche per escludere la pericolosità sociale del condannato”. Per i magistrati di sorveglianza Fabio Savi non ha mai spiegato davvero i motivi delle sue azioni criminali e ciò rappresenta un passaggio decisivo per valutare la “genuinità delle sue intenzioni” anche per scongiurare la possibilità di utilizzare la giustizia riparativa a fini utilitaristici. Da qui l’impossibilità di escludere per ora profili di pericolosità sociale. Il lungo è recluso nel carcere di Bollate, lo stesso che ospita il fratello e complice Roberto, dove sta scontando l’ergastolo e lavora per una cooperativa. Dietro le sbarre ha frequentato anche un corso di informatica. A ottobre la cooperativa che si occupa di mediazione dei conflitti ha indicato in una relazione la possibilità per Savi di accedere “a un livello riflessivo legato alle vittime” e l’individuazione di “una persona potenzialmente idonea al percorso di mediazione”, dunque un parente delle vittime della Banda, alla quale Savi ha prestato il suo consenso.

I familiari delle vittime: “Sono ancora pericolosi” - Roberto Savi, infine, si è visto rigettare alla fine del 2022, dopo il parere negativo dell’istituto penitenziario, la richiesta di libertà condizionale. “Sono violenti e ancora pericolosi, non meritano benefici. Devono patire un pò del dolore che hanno provocato - dice la presidente dell’associazione delle vittime Rosanna Zecchi.

Vorrei perdonarli ma non ci riesco. Tutti i giorni mi confronto con chi ha perso figli o genitori per mano loro. Non si può dimenticare. Parenti pronti a fare un percorso di mediazione? Non mi risulta”. Per Ludovico Mitilini, fratello di Mauro, uno dei carabinieri trucidati al Pilastro “quella della Uno Bianca è una vicenda ancora aperta per parlare di sconti e permessi”.