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di Giuseppe Baldessarro

La Repubblica, 8 luglio 2026

La decisione dopo la richiesta della procura di Bologna che ha voluto mandare un segnale. Indagini su altri complici. Roberto Savi è detenuto nel carcere di Ferrara. Il trasferimento da Bollate sarebbe stato deciso dopo una richiesta della procura di Bologna, a seguito dell’intervista rilasciata a Francesca Fagnani per la trasmissione di Rai2 “Belve crime”. E dell’interrogatorio dei pm durante il quale si è avvalso della facoltà di non rispondere. Comportamenti che confliggono, rispetto ai quali i magistrati bolognesi hanno voluto lanciare un segnale. Il capo della banda della Uno Bianca a inizio maggio scorso aveva deciso di rompere il silenzio dopo 32 anni.

E durante l’intervista aveva lasciato intendere che dietro alcuni dei delitti della banda che ha seminato terrore e morte (24 le vittime e 102 feriti) tra il 1987 e il 1994 in Emilia-Romagna e nelle Marche, ci fosse “la manina” dei servizi segreti. O comunque di alcuni apparati deviati dello Stato. Una tesi sostenuta soprattutto per gli omicidi nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. A questo proposito negò si trattasse di una rapina (“Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”), aggiungendo come il motivo fosse in realtà legato al ruolo dell’ex esponente delle forze dell’ordine (“Capolungo era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa per farlo fuori”). Accusa che ha riacceso le polemiche.

Nel racconto di Savi i riferimenti alle coperture di cui la banda godeva erano stati diversi. E, per alcuni aspetti, si tratta della tesi sostenuta dai legali dell’associazione dei familiari delle vittime, gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, in un esposto grazie al quale la procura ha deciso di riaprire le indagini sui crimini della banda. Roberto Savi era un agente in servizio effettivo alla squadra volanti della polizia di Bologna. E in questura fu arrestato il 22 novembre del 1994. Nei giorni successivi vennero arrestati anche gli altri componenti della banda, i due fratelli di Roberto, Fabio e Alberto, anche lui poliziotto ma a Rimini. E a seguire gli altri componenti, i tre poliziotti, Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli. Nel 1996 Roberto Savi e i fratelli furono condannati all’ergastolo. A giugno sia Roberto che Fabio Savi hanno incontrato i magistrati bolognesi andati a Bollate per sentirli come persone indagate “in reato connesso”. L’inchiesta punta a scoprire, più che i legami con i servizi, l’identità di altri componenti o complici della banda. Ma il procuratore capo Paolo Guido e la procuratrice aggiunta Lucia Russo alla casa circondariale si sono fermati soltanto per due ore: Roberto, considerato a capo della banda, si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre a rispondere, ma solo ad alcune domande, è stato il fratello Fabio che tuttavia ha negato qualsiasi copertura da parte di apparati dello Stato.