di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 agosto 2026
Karam è morto in carcere dopo aver dato fuoco al materasso. I commenti di chi brindava alla sua morte e le parole del sindaco di San Vito: “Una persona non coincide mai soltanto con il reato che ha commesso”. Il 18 agosto, in una cella del vecchio carcere-castello di Pordenone - 54 detenuti su 37 posti disponibili - un diciannovenne di origine egiziana, Karam Mamdouh Mohamed Khodair, ha dato fuoco al materasso e si è barricato nell’angusto spazio di cesso lavandino e fornello. È morto il giorno dopo, per l’intossicazione dal fumo. Una caratteristica notizia di agosto, e di un agosto così caldo. Come d’abitudine anche il corredo, la polemica sui materassini che dovrebbero essere ignifughi e non fanno che bruciare senza fiamma aggravando il soffocamento, l’indagine d’ufficio, “a loro garanzia”, su 5 agenti penitenziari per “cooperazione in omicidio colposo omissivo”, un paio di articoli del codice.
Mi aveva colpito di più uno strano consenso dei giornali nel definire suicidio il gesto di Karam. Dare fuoco al materasso è uno dei più banali e frequenti gesti di protesta dei detenuti. Per giunta, il ragazzo l’aveva già fatto, nel famigerato Cpr di Gradisca d’Isonzo, insieme ad altri chiusi là. Era in Italia da quando aveva 14 anni, era passato da un carcere minorile all’altro, dal sud al nord, poi a una casa d’accoglienza a San Martino al Tagliamento. La sua avvocata udinese, Sonia Pasca, ha raccontato di lui. “Non riesco a darmi pace. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva. Era molto attaccato alla mamma e al papà. Telefonava sempre alla madre: ‘Avvocato - mi diceva - non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno’”.
Si sta costruendo un nuovo carcere, a San Vito al Tagliamento, che sostituirà Pordenone. Avrà 300 posti: uno scialo, “entro il 2027”. Il sindaco di san Vito, Alberto Bernava, ha scritto una bella pagina. “È morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo. Persone con nome e cognome che scrivono: ‘uno in meno’, ‘tolto dalle spese’, ‘evviva’, ‘si brinda’, ‘peccato per il materasso’. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio.
Il post di Alberto Bernava
È morto in cella Mamdouh Karam Mohamed Khodar, un ragazzo di 19 anni, arrivato in Italia con un barcone a soli 14 anni. Fuori dai percorsi di integrazione per la sua posizione irregolare, ha vissuto anni di marginalizzazione, tra carcere e comunità, fino alla morte causata dai fumi tossici del materasso a cui ha dato fuoco. Al di là di tutto, è morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere profondamente esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo.
Persone con nome e cognome che scrivono: “uno in meno”, “tolto dalle spese”, “evviva”, “si brinda”, “peccato per il materasso”. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito di questo e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio.
Da sindaco mi batterò sempre per una detenzione dignitosa e umana, perché sono convinto che una persona non coincida mai soltanto con il reato che ha commesso. In uno Stato di diritto chi sbaglia paga in proporzione al danno generato: abbiamo un codice penale, un codice civile, le leggi e la giurisprudenza che stabiliscono le regole. Siamo il Paese di Beccaria, di Calamandrei, di Bobbio. Siamo il Paese che fonda libertà, diritti e doveri sulla nostra Costituzione.
Da sindaco mi batterò per una missione precisa: le persone detenute vanno sostenute nel loro percorso di reinserimento, per rientrare nella legalità, affinché possano costruire il proprio futuro e contribuire al benessere collettivo. La visione è pragmatica: solo così, una volta fuori, non si è più costretti a delinquere per sopravvivere. E la giustizia si occuperà fermamente di coloro che dentro questo patto sociale non ci vogliono stare, ma lo farà secondo le regole e le leggi dello Stato, non inseguendo pulsioni emotive. I tempi della caccia alle streghe, delle impiccagioni in piazza e delle lapidazioni in Italia sono finiti da tempo.
Così come voglio rivolgere un pensiero di sincera gratitudine e vicinanza a tutto il personale degli istituti di pena - agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, direttori, personale sanitario e amministrativo - che ogni giorno lavora in prima linea, affrontando con grande spirito di servizio ed enorme sacrificio un sistema spesso inadeguato e privo di risorse sufficienti. Nulla può giustificare la morte. Nessun motivo può autorizzare la denigrazione della vita umana, a chiunque essa appartenga. San Vito vuole stare dalla parte del diritto, della dignità e del senso più profondo di umanità. Ecco perché la notizia della morte di un ragazzo di 19 anni è una tragedia che richiede rispetto, civiltà e profonda riflessione.










