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di Mauro Magatti

Corriere della Sera, 14 settembre 2024

Situazione drammatica nei penitenziari, serve una vera svolta. Come per altri comparti (istruzione, sanità, cura del territorio), anche per le carceri investire risorse nel modo corretto alla fine fa risparmiare soldi e crea consenso. La situazione delle carceri italiane rimane scandalosamente grave: per numero di suicidi (nel 2024 se ne contano già 69, ben oltre la media annuale di 55, già molto alta); casi di violenza (di qualche settimana fa la denuncia di tortura contro dei minorenni al Beccaria); abuso di psicofarmaci (per gestire il diffuso disagio psichico). Le diffuse rivolte degli ultimi mesi (Roma Biella, Velletri, Aosta, oltre che al già citato Beccaria) sono il sintomo di quanto sia esplosiva una situazione ormai invivibile sia per i detenuti che per gli agenti della Polizia carceraria (tra cui ci sono stati 7 suicidi da inizio anno).

Le ragioni di questo degrado sono strutturali: carenze di personale, soprattutto di figure professionali specializzate; salari inadeguati; sovraffollamento, inadeguatezza delle strutture. Nei 189 istituti penitenziari italiani, al 30 giugno 2024, erano presenti 61.480 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 51.234 posti. Secondo l’associazione Antigone, se si detraggono i 4.000 posti che in realtà sono indisponibili, siamo al 130% della capienza prevista.

In questa situazione, anche il decreto carceri definitivamente approvato dalla Camera 7 agosto scorso - che prevede oltre un maggiore stanziamento economico anche misure per velocizzare la libertà anticipata -, pur andando nella giusta direzione, non è sufficiente per colmare il ritardo accumulato negli anni.

Il degrado carcerario riflette infatti un nodo culturale. La concezione della pena prevalente nell’opinione pubblica non solo è retributiva (la sanzione penale deve servire a punire il colpevole per il male provocato dalla sua azione illecita) ma addirittura punitiva: chi ha commesso un reato deve subire la perdita totale dei propri diritti e rimanere isolato dalla società il più a lungo possibile. Il carcere deve essere duro e non è un luogo su cui investire né in strutture né tanto meno in programmi rieducativi. Continua a essere diffusa l’idea che la severità delle pene sia direttamente proporzionale all’efficacia nel garantire la sicurezza: sanzioni rigide sono considerate essenziali per disincentivare la violazione della legge. Argomento che ha le sue buone ragioni, ma che confonde la certezza della pena con la sua severità. Anche perché rimane molto radicata l’idea che il carcerato, in quanto criminale, abbia scarse possibilità di riabilitarsi. La colpa non si cancella mai in modo definitivo.

Un tale orientamento culturale è problematico da almeno due punti di vista. In primo luogo, perché costituisce un gravissimo vulnus del dettato Costituzionale. La cui logica, come richiamato dalla Corte costituzionale, è che “la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, fosse anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento”. Ne deriva che il vero obiettivo di ogni azione penale dovrebbe mirare a ricostruire il legame sociale spezzato con il reato. In tutti i casi, la sanzione penale non può essere limitata - come invece purtroppo avviene - alla mera repressione. In secondo luogo, perché è irrazionale ed economicamente assai costoso. È la risocializzazione del condannato che permette di ottenere vantaggi significativi dal punto di vista sociale ed economico per l’intera società: condizioni di vita decenti, esperienze lavorative dentro il carcere, ricorso alle misure alternative per i reati più lievi, procedure di reinserimento graduale, accompagnamento psicologico riducono notevolmente le probabilità di recidiva (cioè là percentuale di detenuti che tornano a delinquere) e contribuiscono a una diminuzione dei costi legati alla detenzione. Come per altri comparti (istruzione, sanità, cura del territorio), anche per il tema carceri non si capisce che investire risorse nel modo corretto alla fine fa risparmiare soldi e crea consenso.

Il fatto che negli ultimi decenni i progressi più significativi realizzati nell’ambito della pena in Italia siano scaturiti da pronunciamenti della Corte Europea dei diritti dell’uomo o dalle pronunce della Corte costituzionale conferma l’ignavia della politica italiana verso un tema delicato ma qualificante. Rimane tristemente vero l’aforisma attribuito a Voltaire, “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”.