di Franco Corleone
L’Espresso, 10 luglio 2026
“Abolire il carcere” e “Liberarsi dalla necessità del carcere” sono state per decenni le parole d’ordine di associazioni e personalità portatrici dell’urgenza di riformare le galere e la bandiera del movimento contro la detenzione sociale. Tante battaglie per obiettivi costituzionali con successi ma molte sconfitte, per arrivare ora, in anni torbidi, a veder prevalere la vendetta e persino la tortura: madri con bambini e bambine recluse, reato di rivolta e criminalizzazione della nonviolenza, agenti provocatori nelle celle torride e chiuse. Una risposta violenta e disumana del governo al sovraffollamento, ai suicidi, all’autolesionismo, al disagio mentale.
Può però anche accadere l’incredibile: il carcere di Sollicciano è stato chiuso dalla magistratura di Firenze. Dopo innumerevoli denunce da parte di detenuti, avvocati e magistrati di sorveglianza, della situazione intollerabile per le condizioni igienico sanitarie, è bastata la decisione di una gip per rompere l’autoreferenzialità dell’amministrazione penitenziaria e distruggere il mito della sovranità assoluta, extra legem, del luogo della pena. Sette sezioni sotto sequestro e 250 detenuti da trasferire dimostrano che un’azione drastica si poteva realizzare da tempo per consentire le opere di manutenzione necessarie.
Corrado Marcetti, un architetto che conobbe il mitico architetto Michelucci in carcere e che collaborò intensamente con Sandro Margara, presentò due anni fa all’assemblea della Società della Ragione le linee di una La decisione di chiudere l’istituto di Sollicciano può riaprire il dibattito sul sistema penitenziario storia di Sollicciano, e prima delle Murate, che non può essere banalizzata. Salvaguardare la memoria è già una rivoluzione, magari solo culturale, ma una rivoluzione. Siamo così di fronte a un paradosso. Un carcere con la presenza di un’opera d’arte come il Giardino degli incontri, si è trasformato nell’immaginario pubblico in uno degli istituti penitenziari peggiori d’Italia.
L’analisi delle ragioni del degrado è essenziale per riscrivere la vicenda e reinventare il futuro con un progetto complessivo. II 2 luglio si è tenuto un seminario sulla ‘Storia di un carcere” e sulle prospettive di cambiamento ormai indifferibili. Ci si è interrogati sulle ragioni del peggioramento delle condizioni di vita rispetto a quando i detenuti superavano quota mille e la risposta si è trovata nella caduta delle relazioni interne e nello sfilacciamento del rapporto con la città. L’attenzione si è rivolta alle condizioni strutturali dell’edificio, dalle infiltrazioni d’acqua alla carenza dei servizi igienici e alla presenza di animali sgraditi (cimici, topi, zanzare) ma si è anche concentrata sul nodo della qualità della detenzione.
Il primo rischio da scongiurare è che siano sperperati i soldi, tanti, della manutenzione a causa di lavori mal progettati e peggio realizzati. Si tratta di riprendere il filo interrotto, producendo anticipazioni in vista di un cambio di gestione della politica penitenziaria, con la presenza di energie impegnate non solo nella denuncia. Sono passati dieci anni dalla morte di Alessandro Margara e questa ricorrenza deve essere colta per rilanciare i principi della Costituzione.
In attesa di un cambio di passo determinato dalla politica (le proposte non mancano davvero), sarebbe straordinario che altri giudici eguagliassero la decisione del Tribunale di Firenze per le tante carceri che soffrono le medesime condizioni di Sollicciano. Sarebbe un terremoto salutare, per chi demonizza l’amnistia e l’indulto.










