di Carmelo Cantone*
Ristretti Orizzonti, 31 marzo 2025
La lettura dell’avviso di Invitalia sulla” Procedura ristretta avente ad oggetto l’ampliamento delle strutture carcerarie esistenti mediante fornitura di moduli detentivi...” solleva forti perplessità, meglio ancora forti preoccupazioni. La relazione tecnico illustrativa preliminare licenziata dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria fornisce la chiara sensazione che nella collaborazione tra il Commissario e gli uffici del Dap non sia emersa la consapevolezza di cosa sia giusto richiedere all’edilizia penitenziaria prossima ventura, in termini di qualità di vita di chi deve vivere in carcere e di chi ci lavora, di concezione di una sicurezza declinata con intelligenza ed efficacia, di comprensione in definitiva di quali sforzi si devono affrontare per fare in modo che si possa puntare ad un deciso miglioramento del mondo della detenzione.
Vediamo alcuni primi aspetti che immediatamente appaiono negativi:
Il c.d. “blocco detenzione” o modulo detentivo, come viene nominato nel titolo dell’avviso, da una prima descrizione appare subito come un manufatto che non deve esprimere alcun pregio architettonico, vista la dichiarata urgenza di recuperare nuovi posti letto per detenuti senza alcuna pretesa di esprimere un’edilizia ragionata e funzionale per collettività chiusa.
Ci si potrebbe rassegnare a queste scelte, visto l’approccio emergenziale voluto dal governo ma quello che immediatamente non torna già dalla visione del layout funzionale è la logica con cui vengono concepiti gli spazi, sia delle stanze di pernottamento che delle sale destinate a varie attività.
Si prevede che le stanze di pernottamento debbano avere una superficie di 30 mq. per ospitare ciascuna quattro detenuti; in questa metratura viene ricompreso il bagno che, si afferma, dovrà avere una “superficie indicativa di 3 mq.”. Non si comprende come sia concepibile un locale di tre mq con dentro wc, lavabo, doccia ed “eventuale” bidet. Ma si deve anche sottolineare che tutte le indicazioni normative e giurisprudenziali, europee e nazionali, calcolano la superficie della stanza al netto del locale servizi igienici, immaginando comunque che nei progetti proposti sarà improponibile un bagno di tre mq che debba anche contenere una serie di effetti personali di quattro persone oltre ai materiali di pulizia. Si dovrà pertanto ipotizzare uno spazio nella sola stanza di pernottamento di non più di 25 mq.
Sarà necessario detrarre ulteriormente da questo dato lo spazio occupato da quattro letti, da un tavolo e quattro sedie, visto che è stata fatta la scelta di imporre che tutti questi arredi siano “predisposti per fissaggio a pavimento” per impedirne lo spostamento. È veramente singolare la scelta di un tavolo monoblocco in metallo con quattro sgabelli incorporati, tanto che chi vivrà in queste stanze potrà sedersi solo in quella postazione, altrimenti potrà utilizzare la seduta del letto (condizione peggiorativa di qualsiasi istituto attualmente in uso).
Da notare che dopo diversi anni in cui si era denunciato l’uso esclusivo di sgabelli, senza la possibilità di disporre di uno schienale, se ne ribadisce ora l’uso commissionandone la costruzione all’affidatario dei lavori, quando esistono le lavorazioni di falegnameria negli istituti penitenziari che costruiscono tavoli e sedie.
Tra l’altro il PON inclusione 2014 -2020 aveva portato alla creazione di prototipi di arredi presso la casa circondariale di Lecce; che fine ha fatto questa sperimentazione? Nulla si dice sugli spazi da destinare alla preparazione di cibi e bevande consentite dall’ordinamento penitenziario e si perde l’opportunità di prevedere l’installazione di piastre ad induzione al fine di abolire finalmente l’acquisto e l’uso di fornellini da campeggio e di bombolette di gas.
Altre considerazioni meritano la presenza nei due blocchi di detenzione ipotizzati di sei stanze, ciascuna di 30 mq, destinate ai seguenti diversi usi: palestra, sala socialità, posto agente, barberia/ lavanderia, psicologo ed” educatore” (che da anni è denominato funzionario giuridico pedagogico...) e sala polivalente/ biblioteca.
Si registra l’assenza di una logica rispetto agli utilizzi di questi singoli locali: le 24 persone detenute in questi blocchi disporranno di soli 30 mq per la socialità, per la palestra, per la sala polivalente/ biblioteca (chissà perché senza bagno), mentre con la stessa superficie, in questo caso eccessiva, si ospiteranno i colloqui con gli operatori o la postazione dell’agente di sorveglianza, per non parlare del locale lavanderia che funge anche da barberia.
Ma la scelta di mettere in unico blocco stanze di pernottamento insieme con ambienti comuni, peraltro inadeguati, e ambienti di ufficio, tenuto conto anche del modo con cui è stata concepita la stanza di pernottamento, quale tipo di vita detentiva vuole proiettare? I canoni di sicurezza appaiono prevalenti, anzi assorbenti se si tiene conto che oltre agli spazi di cui abbiamo parlato, in questi blocchi di detenzione insiste esclusivamente un cortile di passeggio di non precisata superficie ma che dal layout e dalle indicazioni contenute nel documento non si distanzia dalle disgraziate esperienze dei cortili di passeggio dei complessi penitenziari costruiti negli anni 80.
In questa fase preliminare si deve rilevare che non viene richiesta la progettazione di un impianto antincendio che è cosa diversa da un impianto rilevazione incendi e da un impianto di spegnimento automatico che sono invece citati. Si insiste sulla necessità che le fonti energetiche siano tutte sul versante elettrico, ma non si coglie l’occasione di indirizzarsi sulle energie rinnovabili, con i costi che comporterà ad esempio l’uso di split anche per il riscaldamento degli ambienti. Tutto ciò testimonia come sono state perse di vista una serie di coordinate che tengono insieme sicurezza e qualità della vita, imparando anche dagli errori delle passate esperienze.
Si dovrebbe anche spiegare a quale tipo di circuito penitenziario saranno destinati questi blocchi di detenzione; forse ai detenuti a “trattamento intensificato”? Ma da quel che appare queste persone verrebbero tagliate fuori dalle opportunità trattamentali dell’istituto. Se invece si punta ad una sezione a “trattamento ordinario” le contraddizioni sono palesi nel mischiare canoni eccessivi di sicurezza con condizioni non adeguate per il lavoro soprattutto dei poliziotti penitenziari.
Queste sono solo poche osservazioni di prima fase, ma il quadro che viene fuori è veramente preoccupante, perché appare totalmente disperso un patrimonio di competenze tecniche e un expertise penitenziario che esistono e non sono stati utilizzati.
*Già Dirigente generale Amministrazione Penitenziaria











