di Chiara Daina
Corriere della Sera, 12 settembre 2024
Mentre aumentano i casi di violenza sulle donne in Italia, ci sono 94 centri dove sono già stati seguiti oltre 4mila uomini maltrattanti. Dal 2019, il Codice Rosso prescrive per chi ottiene la sospensione della pena l’obbligo di seguire un percorso di recupero. Ma serve un numero verde e gli esperti sollecitano procedure uniformi. La violenza degli uomini sulle donne va affrontata anzitutto mettendo in sicurezza le vittime. Ma è anche importante offrire percorsi preventivi e riabilitativi ai tanti che arrivano ad alzare le mani contro la partner, che la offendono, la svalutano ed esercitano forme di controllo su di lei. Per contrastare questa emergenza sociale - sono 12,5 milioni le donne adulte che hanno riferito di aver subito molestie fisiche e verbali almeno una volta nella vita - servono dunque specifici centri riabilitativi distribuiti su tutto il territorio per chi commette abusi e maltrattamenti contro il genere femminile.
In quali Regioni sono i Centri - A che punto siamo? Nell’ultima indagine nazionale del Cnr, riferita al 2022, sono stati mappati 94 centri per uomini autori di violenze, quasi il doppio di quelli rilevati nel 2017 (54), con un numero di utenti che è passato da 1214 a 4174, e un totale di 141 punti di accesso rispetto ai 69 di cinque anni prima. La concentrazione più alta di sedi si trova in Emilia Romagna (14), Piemonte (14), Lombardia (9) e Veneto (8). Il Sud resta più penalizzato. “Bisognerebbe raddoppiare l’offerta di centri - sostiene Alessandra Pauncz, psicologa e fondatrice del primo centro in Italia per uomini maltrattanti, il Cam di Firenze, oltre che presidente della Rete nazionale dei centri (Relive) e direttrice del network europeo (Wwp-En) - soprattutto dopo che il Codice rosso nel 2019 ha introdotto l’obbligo per chi ottiene la sospensione della pena di partecipare a percorsi di recupero, facendo lievitare gli accessi. Ma i finanziamenti - sottolinea - sono insufficienti: alcuni centri sono praticamente fermi per l’impossibilità di assumere personale qualificato e in circa una sede su dieci gli interventi sono affidati esclusivamente a volontari”.
Il ruolo del volontariato - Ben il 45% delle strutture inoltre ricorre al volontariato in supporto agli operatori retribuiti. E Pauncz aggiunge che ci sono altri due nodi: “Uno è la mancanza di un numero verde nazionale per le richieste di aiuto degli uomini che hanno commesso o hanno paura di commettere violenza; l’altro è l’assenza di procedure chiare e uniformi con cui gli Uffici di esecuzione penale esterna, che hanno in carico i casi con pena sospesa, attivano i trattamenti riabilitativi all’interno dei centri”. Il percorso prevede colloqui psicologici individuali e di gruppo almeno bisettimanali, durante i quali, spiega l’esperta, “si insegna agli uomini a riconoscere e a non usare più la violenza fisica, a eliminare o quantomeno ridurre le offese verbali e le forme di controllo sulla partner e a gestire i conflitti e la frustrazione con strumenti non aggressivi”.
Da dove arrivano - La maggioranza degli utenti viene inviata dall’avvocato (30%), dai servizi sociali (20%) e dall’autorità giudiziaria (20%) mentre l’incidenza di accessi spontanei è diminuita (dal 40 al 10%). “Va fatta informazione nella comunità sulla possibilità di ricevere aiuto e formazione degli operatori sociali e sanitari, che spesso non sanno come individuare e approcciare gli uomini con problemi di violenza”, incalza Pauncz. La violenza nei maschi ha radici familiari, individuali, sociali e culturali. “Gli stereotipi di genere nuocciono anche agli uomini, nel senso che - chiarisce - il sesso maschile è caricato dalla società di una serie di aspettative e, per esempio, il non guadagnare abbastanza può diventare una fonte di stress enorme. Questo non significa giustificare i gesti violenti ma capire che per affrontare la violenza gli uomini devono partire dai disagi e dalla sofferenza che vivono e in cui possono rispecchiarsi”.
In gravidanza - Prioritario e fondamentale investire sulla prevenzione. “Nelle scuole e in tutte le fasi critiche della vita, come l’arrivo di un figlio. Durante i corsi preparto gli uomini, al posto di aggiustare i cuscini alla compagna, andrebbero coinvolti in incontri per riflettere sui desideri e le paure che hanno. La gravidanza e la nascita di un nuovo figlio, per il sovraccarico di responsabilità che genera, sono un fattore di rischio per la violenza”, evidenzia la psicologa. Più della metà degli uomini in carico ai centri nel 2022 aveva un lavoro stabile. “La violenza è trasversale a tutte le classi sociali. Cambiare è possibile se si riesce ad ammette il problema e a riconoscere la responsabilità delle proprie azioni. Chi non chiede aiuto - ricorda Monica Dotti, coordinatrice del Centro per uomini maltrattanti dell’Ausl di Modena - rischia di più di reiterare gli abusi fisici e psicologici. A tutte le donne in gravidanza somministriamo uno screening per violenze domestiche per intercettare le vittime. Un anno fa abbiamo organizzato un corso di accompagnamento alla condivisione della genitorialità rivolto ai futuri padri che vogliamo riproporre”. Proprio perché è un problema che riguarda la salute pubblica la Regione Emilia-Romagna ha istituito in ogni azienda sanitaria un centro per uomini autori di violenza.











