dì Luciano Quarta
La Verità, 6 gennaio 2020
In occasione della conferenza stampa di fine anno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha espresso il proposito di mettere mano alla riforma della giustizia tributaria con modalità che riducono e comprimono ancora di più i già angusti spazi di tutela del contribuente. Eliminando, cioè, uno dei due gradi del giudizio di merito allo scopo di rendere più rapida la definizione dei contenziosi tributari.
Ma proprio un giurista - che si è definito "l'avvocato degli italiani" - propone una drastica limitazione del diritto di difesa del cittadino contribuente? E poi, chiunque abbia una minima conoscenza del settore sa bene che la giustizia tributaria è estremamente celere proprio nei due gradi di giudizio di merito. Uno dei quali il premier sembra voler cancellare. Tutti sanno che il vero collo di bottiglia sta nel giudizio in Cassazione (quando ci si arriva).
Qui, i processi attendono diversi anni prima di essere trattati, nonostante un filtro capillare sull'ammissibilità dei ricorsi ne scremi un buon 70%: tutte cause che non arrivano neppure alla discussione in udienza. L'annunzio del premier, quindi, ha provocato l'immediata reazione dell'avvocatura.
L'Unione delle Camere degli avvocati tributari ha definito questa ipotesi di riforma coree "il punto di caduta più basso dopo la sostanziale abolizione della prescrizione e l'inasprimento del carcere per i presunti evasori". Come non convenire? Se i poteri repressivi del fisco e la sua capacità di invasione della sfera del contribuente vengono ampliati a dismisura, in uno stato dì diritto degno di questo nome, simmetricamente dovrebbero essere implementati gli strumenti di tutela del contribuente, sia per garantire un adeguato ed effettivo controllo giurisdizionale sia per evitare che il potere trascenda nell'arbitrio o nell'abuso vero e proprio.
Quello a cui assistiamo, invece, è il fenomeno opposto: cresce la pervasività dei poteri del fisco e, insieme, vengono ridotti gli spazi di tutela per il cittadino. La necessità che venga rivisto il sistema della giustizia tributaria è urgente, ma ci sono diversi progetti di riforma in parlamento, anche presentati dalla maggioranza, che faticano a raggiungere la discussione in aula.
Ora, per usare le parole del professor Cesare Glendi, uno dei padri della giustizia tributaria, mentre la disciplina dell'organizzazione della giustizia tributaria "è tanto sgangherata e inadeguata da renderne impossibile una peggiore", al contrario, mettere le mani sulle regole del processo tributario in modo sbagliato può creare danni seri. Che cosa si aspetta, dunque, ad accelerare l'iter dei disegni di legge? Se, poi, l'inquilino di palazzo Chigi vuole davvero occuparsi di questa riforma, farebbe bene a rispolverare la toga di avvocato degli italiani che diceva di voler indossare.










