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di Ermes Antonucci

Il Foglio, 11 aprile 2025

Parla Fabio Pinelli. Il vicepresidente del Csm: “Ineludibile riflessione sul dramma delle carceri. Non servono nuovi istituti di pena ma una nuova concezione della giustizia e della pena. L’introduzione di nuovi reati non fa che aggravare il problema”. “Il numero di suicidi, non solo di detenuti, ma anche di appartenenti alle forze di polizia penitenziaria, e le sempre più frequenti rivolte, spesso determinate da condizioni di inaccettabile sovraffollamento, rendono ormai ineludibile una riflessione sull’emergenza carceraria da parte di tutti, inclusa la politica. Occorre garantire risposte equilibrate, che tengano conto delle esigenze sia di tutela della collettività, sia di umanizzazione della pena”.

Lo dichiara, intervistato dal Foglio, Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. È Pinelli a elencare i numeri impietosi del dramma carcerario. “Oggi sono 62.389 le persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare degli istituti di pena di 51.281. Di questi però 4.502 posti non sono disponibili. Il tasso di affollamento è dunque del 133 per cento. Dopo gli 80 suicidi del 2024, già 22 detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane nei primi tre mesi del 2025. Dieci persone avevano meno di 39 anni, 9 persone una pena residua inferiore a tre anni”. “Questo ultimo dato è tra i più allarmanti”, sottolinea Pinelli. Con una pena residua al di sotto dei tre anni infatti i detenuti possono, in assenza di ragioni ostative, accedere alle misure alternative al carcere.

“Questo significa che i detenuti che si tolgono la vita sono persone rimaste sole, persino senza un avvocato che possa suggerire loro di avanzare richiesta per accedere a una misura alternativa. Sono detenuti abbandonati a loro stessi. Una classe dirigente all’altezza si ricorda degli ultimi. Ciascuno di noi deve sentire questa responsabilità”, aggiunge il vicepresidente del Csm. Che da tempo, ormai, cerca di richiamare l’attenzione pubblica sul dramma carcerario, così come prima di lui hanno fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Francesco, Due settimane fa, dopo il monito lanciato nel discorso di fine anno, Mattarella ha nuovamente rilevato le “assai critiche condizioni del sistema carcerario”, intervenendo al 208° anniversario di fondazione del Corpo della polizia penitenziaria.

Lunedì scorso, invece, proprio Pinelli è tornato sull’emergenza carceri, parlandone di fronte al Guardasigilli Carlo Nordio all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Cnf. “C’è un rifiuto - dice Pinelli al Foglio - a comprendere che la grande maggioranza della popolazione detenuta rientra nel circuito della società civile e quindi è interesse della stessa società civile favorire percorsi di risocializzazione dei reclusi. Ritardi nella realizzazione di questi percorsi possono determinare un aumento del tasso di recidiva. Bisogna creare allora una cultura non carcero-centrica: pensare che soprattutto per i fatti meno gravi e per le pene detentive non lunghe il carcere può non essere la risposta dello stato in una moderna liberal-democrazia”.

Quale strategia adottare per risolvere o quanto meno attenuare l’emergenza? “La prima cosa su cui ragionare è il ruolo stesso del diritto penale che, in una moderna liberal-democrazia del Ventunesimo secolo, andrebbe ripensato profondamente. I tribunali non possono risolvere ogni conflitto che sorge nella società. Va ripensato anche il rapporto tra sanzioni pecuniarie e sanzioni detentive”, risponde Pinelli. “Fermo restando che spetta al decisore politico definire le azioni più opportune da intraprendere, da giurista ritengo che occorra innanzitutto prendere consapevolezza dell’esistenza di una situazione emergenziale intollerabile, che lede inevitabilmente il principio universale del rispetto della dignità dell’uomo”, afferma il vicepresidente del Csm.

“Quando i livelli di sovraffollamento diventano macroscopici, la sola restrizione degli spazi di detenzione determina la lesione del rispetto della persona e della sua dignità, come ha stabilito la Cedu con la sentenza Torreggiani nel 2013. Occorre quindi trovare una soluzione al problema del sovraffollamento”. “Certamente non si può pensare che la situazione emergenziale possa essere affrontata con la prospettiva immediata della costruzione di più carceri.

Prima di costruire nuove carceri dovremmo pensare di rendere vivibili gli istituti di pena che oggi sono sovraffollati e che in diversi casi presentano strutture fatiscenti. Inoltre, occorre evitare che una volta che siano state adottate misure contro l’emergenza, questa si possa ripresentare tra 5 o 10 anni. In questo senso, appare cruciale avviare una riflessione su forme diverse di misure alternative al carcere e di espiazione della pena”, spiega Pinelli.

Non è tutto. “Il proliferare normativo in forma disorganica, l’introduzione di nuove fattispecie di reato, non può che aggravare l’attuale situazione. L’impegno dello stato deve essere nel senso di avverare il dettato costituzionale, di tendere alla rieducazione del condannato e non consentire che il carcere si risolva in una avanzata scuola del crimine”, conclude Pinelli.