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di Errico Novi


Il Dubbio, 19 gennaio 2021

 

Campagna partita solo per agenti e operatori: le vite dei detenuti sono "di scarto"? Appelli da agenti, Antigone e da Ardita. Il silenzio del governo suona come un'odiosa discriminazione. Al momento c'è una circolare. Datata mercoledì 13 gennaio, e firmata dai vertici del Dap.

Avvia la campagna vaccinale nelle carceri. Con un dettaglio: riguarda solo il personale. Di detenuti non si parla. La domanda è: siete davvero convinti di aver fatto la cosa giusta? A suggerire il contrario sono gli appelli promossi a considerare i reclusi categoria protetta. Soprattutto, colpisce l'eterogenea provenienza, di quegli appelli.

In Italia: c'è stata prima di tutto la dichiarazione, riportata su queste pagine giovedì scorso, del segretario di Uilpa Polizia penitenziaria, Gennarino De Fazio: serve, ha detto "una campagna vaccinale che riguardi operatori e detenuti", basata su "criteri di priorità da contemperare, sì, con le esigenze complessive del Paese, ma che tengano conto della promiscuità delle nostre carceri, fatte anche di sovraffollamento, carenze strutturali e deficienze organizzative".

Gli ha fatto seguito il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, con un intervento pubblicato domenica scorsa sul manifesto, in cui ha fatto presente ai forcaioli nostrani che Stati Uniti e Canada hanno ignorato le proteste e avviato da giorni, ormai, il piano vaccinale per i carcerati. "Il linguaggio del risentimento e della paura non deve avere posto in questa discussione": così, riferisce il quotidiano comunista, ha tagliato corto il ministro della sicurezza canadese Bill Blair. Ma forse la testimonianza che più sorprende viene, di nuovo in Italia, da Sebastiano Ardita. Togato Csm, già direttore generale del Dap, Ardita è pm noto per le posizioni intransigenti in materia di benefici penitenziari, soprattutto quando si tratta di detenuti per mafia.

Ebbene, intervistato da InBlu 2000, la radio della Cei, Ardita ha detto chiaro e tondo che "la vaccinazione ai detenuti è assolutamente una priorità: questa scelta va fatta subito senza il timore di andare contro l'opinione pubblica". Ardita adduce due motivi, a suo giudizio buoni: "Primo, in carcere esiste un welfare rafforzato, un'azione sociale diversa da quella che riguarda i cittadini liberi. Secondo, è in corso nel Paese un dibattito secondo cui la carcerazione è una condizione che favorisce la diffusione del Covid".

Sul punto, secondo il consigliere Csm, non si è "ancora venuti a una certezza: ma non importa", ha aggiunto, giacché ne sarebbero già conseguiti "provvedimenti che hanno consentito la concessione dei domiciliari anche in condizioni di pericolosità o pericolo di fuga". E per Ardita, se l'ipotesi di una diffusione del covid più forte in carcere determina come "risposta" la "scarcerazione", c'è da credere che "i cittadini preferiscano piuttosto di veder somministrati i vaccini in tempo ai detenuti".

Il discorso del magistrato non è condivisibile, ma non è il nodo della questione. Infastidisce l'idea che il governo, e il Dap, possano aver pensato di includere fra le categorie protette il personale ma non i detenuti per timore di insurrezioni nell'opinione pubblica. Sarebbe gravissimo. Anche perché non regge la logica secondo cui il personale viene prima perché fa la spola quotidiana fra carcere e mondo esterno, col rischio dunque di portare il virus fra gli stessi reclusi.

Vogliamo credere che la priorità assicurata agli operatori risponda a tale logica e non certo all'idea che quelle dei carcerati sono vite di scarto. Ma per allontanare ogni sospetto di discriminazione inumana servirebbe un'altra garanzia: tutti i detenuti nuovi giunti, dopo il filtro nei padiglioni, andrebbero tenuti in isolamento per il tempo necessario a escludere davvero la loro positività. Un'utopia, visti gli spazi ridottissimi. E allora, considerato che i contagiati nelle carceri viaggiano al galoppo verso quota duemila, con equa ripartizione fra personale e detenuti, la sola azione seria e è estendere subito la campagna vaccinale all'intera popolazione carceraria. Ed evitare così un'odiosissima e disumana discriminazione fra le comunità umane che vivono nelle prigioni. Una discriminazione che non potrebbe essere perdonata.