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di Simona Musco

Il Dubbio, 12 maggio 2022

“Il tema della violenza contro la donna, nei processi civili, finisce per non essere preso in considerazione. E questo, principalmente, sulla base di una vittimizzazione secondaria, sul piano procedurale e processuale, che diventa decisiva nella valutazione di merito del giudice”.

A spiegarlo è Valeria Valente, senatrice del Pd e presidente della Commissione Femminicidio, che domani, al Senato, presenterà la relazione sulla vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale. Un fenomeno purtroppo invisibile, che finisce per falsare i dati sulla violenza e sugli affidi, con conseguenze spesso devastanti sul futuro delle donne e dei minori.

Senatrice, può spiegarci l’importanza di questa relazione?

È stata una delle più impegnative per la Commissione e ha richiesto un lavoro di quasi due anni. Molto spesso si parla di violenza sulle donne con quasi istintiva, naturale attenzione solo alla dimensione del penale. Ma c’è anche una dimensione civilistica, con conseguenze importanti in termini di comprensione e conoscenza del fenomeno. E forse quella che è conosciuta meno, indagata meno, affrontata di meno rischia di essere quella con un maggiore e drammatico impatto sulla vita delle donne vittime di violenza.

Da che punto di vista?

Innanzitutto perché molto spesso le donne che subiscono violenza, prima ancora di arrivare alla consapevolezza della denuncia - accade solo nel 15% dei casi, mentre il 64% delle donne non ne parla nemmeno con un amico - arrivano alla volontà di separarsi dall’uomo violento e quindi avviano un procedimento civile di separazione. O almeno ci provano.

Il tema della violenza trova uno spazio nella dimensione civilistica del fenomeno?

Indagando sul fenomeno abbiamo compreso che non solo la violenza non viene minimamente letta, ma che ciò rischia di essere presupposto per un’ulteriore vittimizzazione della donna che ha subito violenza. La violenza non viene verbalizzata: non è possibile che questa parola non compaia quasi mai e che venga utilizzata la parola conflitto come sinonimo. Sono due cose profondamente diverse. Sul fronte processuale, la donna viene molto spesso ascoltata in presenza dell’uomo - sia in sede di separazione civile sia in sede di procedimenti relativi alla responsabilità genitoriale - anche dopo aver fatto allegazioni di violenza, cosa che, stando alla nostra indagine, accade nel 34% dei casi. Ed è evidente che, avendo di fronte chi le ha esercitato violenza, sarà condizionata nel racconto. Inoltre, nel 95% dei casi non vengono richiesti ulteriori atti dal giudice, non vengono utilizzate tutte le procedure richieste, ad esempio viene trovata comunque una conciliazione e il minore non viene ascoltato direttamente in maniera separata. La violenza, insomma, non viene indagata e quindi, sostanzialmente, non viene considerata. E, cosa ancora più grave, non viene considerata come un fattore di cui tenere conto anche nell’adozione dei provvedimenti successivi, ad esempio quello relativo all’affido dei minori, finendo per favorire il principio di bigenitorialità a scapito dell’interesse del minore. E si finisce per colpevolizzare la donna se il bambino rifiuta di vedere il padre violento.

Questo poi falsa anche i dati relativi agli affidi?

Certo. L’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, che per noi è un faro nella lotta alla violenza, ci dice che ogni volta che ci troviamo di fronte a un uomo violento vanno messi in sicurezza madre e minore. Se noi leggessimo la violenza e applicassimo la Convenzione non ci potremmo mai trovare di fronte al caso di un minore affidato ad un padre violento o a entrambi i genitori, in casa famiglia o agli assistenti sociali con lo scopo di ricostruire il “sano” rapporto sia con la madre sia con il padre. Credo sia giusto che i bambini mantengano un equilibrato rapporto con entrambi i genitori, ma non è un assunto che può stare al di sopra dell’interesse concreto del minore. Lo diciamo da tempo, lo dice il Grevio, la Convenzione di Istanbul - che è legge dello Stato - e, da ultimo, la Cassazione: se c’è violenza, il bambino deve essere tenuto a distanza dal padre, è un obbligo, non ci sono margini di valutazione di opportunità. E la Cassazione, nelle ultime due pronunce, si spinge oltre, dicendoci che il superiore interesse del minore prevale anche sulla bigenitorialità, che non deve essere letta come un diritto dei genitori, ma come un interesse del minore. E interesse del minore è soprattutto la sua sicurezza.

Perché c’è così tanta difficoltà a riconoscere la violenza, anche in un’aula di tribunale?

Ci sono due ragioni: la prima è che manca una specializzazione adeguata. I giudici civili hanno sempre ritenuto la violenza appannaggio del penale e c’è poco dialogo con i colleghi di quell’ambito. Molto poco si chiede di assumere gli atti dal penale, nonostante il Codice rosso e qualche norma ulteriore nella riforma del processo civile. Si sottovaluta il tema. Stessa cosa nel minorile, dove alberga anche un’altra convinzione: ci sentiamo molto spesso dire che se l’uomo è violento solo nei confronti della madre può comunque essere un buon padre. Ed è una convinzione di carattere culturale, che noi non condividiamo, tant’è che ho presentato un disegno di legge in questo senso. La seconda è una questione culturale: i pregiudizi, gli stereotipi, il modo in cui si legge la dinamica della relazione di coppia, la suddivisione in ruoli. Ma c’è anche un altro fattore: spesso il giudice delega la comprensione di una vicenda alla consulenza tecnica e le relazioni di psicologi e assistenti sociali diventano l’unico elemento sul quale costruiscono la pronuncia finale.

Ma questi professionisti possono offrire il punto di vista solo su alcuni aspetti, mentre il giudice deve accertare i fatti e questa attività non può essere limitata solo a una perizia. Bisogna svolgere attività di accertamento. Alcune modifiche sono già state ottenute con la riforma del processo civile, ma manca ancora qualcosa. E sono convinta che si possa chiedere anche al giudice civile una sorta di accertamento incidentale temporaneo della violenza, veloce e rapido, ma precondizione di un atteggiamento diverso nella procedura.

La vittimizzazione secondaria però c’è anche fuori dalle aule del tribunale. Come si abbatte?

Mi sono interrogata tante volte. Inasprire le pene porta consenso ai politici, ma non risolve il problema, altrimenti i dati della violenza non sarebbero quelli che sono. Le agenzie educative possono fare sicuramente molto di più: le università, ad esempio, devono istituire delle ore curriculari dedicate alla lettura della violenza. Ma il tema è di una società intera. Quando si sono combattute le mafie del 1992 c’è stata un’assunzione di responsabilità della collettività, che si è schierata a favore delle vittime e contro i mafiosi. Dovrebbe accadere lo stesso anche adesso: schierarsi a favore delle donne e contro gli autori di violenza. Ma ancora oggi oltre la metà degli italiani pensa che una donna che subisce violenza se la sia cercata, in qualche modo. Per questo io direi che, oltre ad aiutare di più e meglio i centri antiviolenza, che hanno sempre poche risorse, è necessario fare campagne di sensibilizzazione che facciano capire che oggi una delle principali cause di morte per donne in una certa fascia d’età è essere nate donne. E non è accettabile.