di Maria Vittoria Melchioni
Gazzetta di Modena, 26 aprile 2020
La scrittrice napoletana presenterà il romanzo "Almarina". "Dopo il lockdown servirebbe l'indulto". Quattro domeniche per conoscere più a fondo i dodici autori finalisti del Premio Strega. Queste sono le nuove proposte di "Forum Eventi" che prendono il via domani online grazie a un'iniziativa di Bper, partner del riconoscimento letterario. Si comincia con Daniele Mencarelli, Gian Mario Villalta e Valeria Parrella, che abbiamo intervistato sul suo ultimo romanzo "Almarina" edito da Einaudi.
È la storia dell'incontro, nel carcere minorile di Nisida, fra Elisabetta, insegnante di matematica cinquantenne che ha perso da poco il marito, e Almarina, una ragazza romena di sedici anni con alle spalle una storia di violenza familiare. Fra le due donne nasce un legame che non può essere spezzato, soprattutto quando si affaccia per entrambe la speranza di poter ricominciare una nuova vita. L'autrice racconta la libertà di due solitudini con una voce calda, intima e politica.
Come mai ha scelto un carcere per raccontare una storia che fondamentalmente è una storia d'amore?
"È una storia d'amore, ma non nasce dal desiderio di raccontare una storia d'amore, ma da quello di raccontare un posto particolare com'è un carcere minorile in mezzo al mare. In più c'era anche il desiderio di raccontare l'amore di un cittadino per la sua città e, per traslato, anche per il suo Paese, dato che penso che Napoli sia una cartina di tornasole dell'Italia".
Un carcere sull'acqua per di più, come un ossimoro: prigionia della struttura, libertà e spazio aperto del mare...
"Io ci sono stata veramente per tenere alcune lezioni di scrittura creativa insieme ad altri scrittori napoletani molto talentuosi come De Giovanni, Lardone, Rinaldi, Virgilio e tutte le volte che uscivamo da lì ci chiedevamo: perché non scriviamo un romanzo su Nisida? È un posto incredibile: da un lato c'è la prigione che già di per sé è una cosa aberrante perché, come dice il direttore del carcere nel romanzo "Se c'è un minore colpevole, da qualche parte c'è un adulto colpevole", e in contrasto c'è questo scenario magnifico, sembra un atollo del Pacifico, fatto a forma di ferro di cavallo. Raccontare il dentro e il fuori, raccontare di un posto dove i ragazzi invece di tuffarsi in mare, vivono le loro giornate dentro una cella, sebbene Nisida sia un carcere fatto molto bene, era una di quelle sfide che volevo pormi con questo libro".
Come ha ideato le due protagoniste?
"Elisabetta è nata da una cosa che mi disse la mia amica Imma in una chat di gruppo. Lei è vedova e mentre scherzavamo durante il periodo natalizio su quante persone avevamo a cena o a pranzo, disse: "Non vi lamentate tanto del Natale, che a me mancano anche quelle "cesse" delle mie cognate" e io ho compreso da questa frase il dolore di una persona che doveva affrontare giornate tremende come quelle natalizie durante le quali si dovrebbe gioire e invece si ha un lutto nel cuore, ma anche la grande ironia delle donne che è ciò che ci permette di farcela sempre in un qualche modo. "Imma sei proprio un bel personaggio" le dissi e così nella narrazione attraverso Elisabetta le affidai il racconto dell'altra protagonista Almarina, per la quale ho tratto ispirazione da una alunna che vidi realmente nel carcere minorile e attraverso la quale ho raccontato soprattutto il desiderio di maternità. Una maternità un po' sghemba, non di sangue. La tematica della maternità è una mia caratteristica sin dai primi scritti e mi mancava la narrazione di questo aspetto. Il rapporto tra le due è difficile. L'ho descritta volutamente non bella perché volevo che nell'innamoramento si avvertisse il peso della scelta".
Qual è la situazione attuale delle nostre carceri?
"È molto drammatica. Ho chiesto via Twitter un indulto dopo il lockdown, dato che ci sarebbero tutti i presupposti per attuarlo. Il problema del sovraffollamento, della fatiscenza delle strutture, la detenzione (salvo alcuni casi in cui ci sono dei direttori illuminati) è una cosa orrenda. Il lockdown ha poi messo in evidenza la pericolosità anche sanitaria di luoghi come questi. La libertà è un diritto sacro e ora lo percepiamo nettamente anche noi, non credo che la detenzione faccia bene all'anima quando la vedo come una punizione per essa e per il corpo".
Il carcere redime?
"Strutturato come ora, non credo. Una carcerazione fatta come quella di Nisida sì perché offre tutto quello che i ragazzi fuori non hanno avuto. Se avessero avuto gli educatori, i sacerdoti dei vari culti, gli psicologi, il maestro del coro del San Carlo, gli scrittori che vanno a fare le lezioni, l'allenatore di calcio e di basket, gli spazi all'aria aperta e l'affetto che ho visto offrire a Nisida, quei ragazzi non si sarebbero mai messi nelle mani della delinquenza. Il mio romanzo racconta che il problema è la società non il carcere".










