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di Simona Musco

Il Dubbio, 27 ottobre 2025

La giustizia ancora guarda con sospetto le donne che denunciano violenza. La senatrice dem in Commissione femminicidio: “Finché chiederemo alle vittime di dimostrare di aver resistito, continueremo a giustificare i colpevoli”.

Valeria Valente, senatrice del Pd, componente della Bicamerale femminicidio, la sentenza di Macerata è stata criticata per il linguaggio usato nel descrivere la presunta vittima di stupro. Cosa ci dice questo linguaggio sul modo in cui la giustizia - e più in generale la cultura giudiziaria - affronta i casi di violenza di genere?

La sentenza di assoluzione pronunciata dal Tribunale di Macerata, per fortuna modificata in appello, è purtroppo molto grave soprattutto perché ravvisa nel comportamento della giovane donna, essersi appartata in auto con un ragazzo, la principale causa dello stupro, di fatto rivittimizzandola. Dice in sostanza: “Non era vergine, doveva aspettarselo”. Il pronunciamento di quei magistrati è sembrato cioè ispirato al principio che il desiderio maschile sia incontrollabile e spetti dunque alla donna soddisfarlo o evitare di sollecitarlo: uno dei pilastri del controllo sul corpo femminile da parte degli uomini.

L’Italia è stata sanzionata dalla Cedu per fenomeni di vittimizzazione secondaria. A cosa è legata questa tendenza e quanto è presente nelle nostre aule di giustizia? Quali strumenti concreti servirebbero per ridurla?

La vittimizzazione secondaria è purtroppo ancora drammaticamente presente nelle aule giudiziarie del nostro Paese, e non solo, ed è connaturata con il fatto che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno strutturale, radicato nella cultura di stampo patriarcale, ancora tanto diffusa. Nel sistema giudiziario si combatte innanzitutto con un’adeguata conoscenza e una corretta lettura delle sue dinamiche, delle sue modalità di espressione, delle sue fasi. La strada maestra è dunque quella della formazione e della specializzazione degli operatori della giustizia, magistrati avvocati, consulenti. Abbiamo votato sì al ddl femminicidio anche perché dispone la formazione obbligatoria per i magistrati ma, affinché non rimanga lettera morta, serviranno risorse e un impegno ancora più netto della Scuola superiore della magistratura.

Il Pd ha rilanciato la proposta di una legge sul consenso. In cosa consiste e perché sarebbe importante prevedere il consenso esplicitamente per legge? C’è ancora resistenza culturale, anche tra i giuristi o nell’opinione pubblica, ad accettare il consenso come criterio centrale?

La Convenzione di Istanbul stabilisce che il consenso a un rapporto sessuale deve essere espresso esplicitamente e sempre libero, quindi anche revocabile, altrimenti siamo di fronte a uno stupro. Come Pd abbiamo proposto sia al Senato che alla Camera un ddl sul consenso perché l’attuale formulazione dell’articolo 609-bis del Codice penale da un lato restringe lo stupro alla presenza di condotte quali violenza, minaccia e abuso d’autorità e, dall’altro, non tiene in alcun conto che nella maggior parte dei casi la donna non è in condizione di reagire. Così nei processi per stupro si chiede ancora alla vittima di dimostrare di aver subito un comportamento violento, minaccioso o abusante attraverso la prova di aver esercitato un’energica e visibile reazione. Se manca, si arriva a sostenere che abbia accondisceso al rapporto. Una legge sul consenso aiuterebbe quindi le donne a non essere rivittimizzate e offrirebbe loro uno strumento efficace per difendersi meglio in tribunale. La pdl Boldrini ha iniziato alla Camera l’iter in Commissione, mi auguro si arrivi quanto prima alla sua approvazione.

L’educazione sessuale e affettiva appare come un tabù per questa maggioranza. Che spiegazione si dà? E che tipo di educazione servirebbe per essere davvero efficace e non percepita come un’imposizione ideologica?

Questa maggioranza è conservatrice e si sta dimostrando allergica al superamento di modelli familiari, relazionali e sessuali streteotipati e datati. L’emendamento che vieta nella primaria di secondo grado corsi di educazione sessuo-affettiva è grave. Se vogliono proseguire in maniera unitaria su questi temi, come sarebbe doveroso e auspicabile, devono assolutamente ritirarlo. Contro stereotipi e pregiudizi è infatti basilare il protagonismo di tutte le agenzie educative, a partire da scuola e università, per la promozione di una cultura del rispetto della differenza sessuale, del corpo e dell’autodeterminazione delle donne. Non vedo dove sia l’imposizione ideologica, parliamo di diritti umani.

L’inasprimento delle sanzioni non sembra avere effetti pratici, ad esempio sul fenomeno dei femminicidi: in genere chi arriva a maturare una tale decisione non pensa alle conseguenze. A che serve allora prevedere pene più severe? Se il carcere non basta, quali politiche o strumenti potrebbero invece funzionare davvero per prevenire la violenza di genere?

L’inasprimento delle pene, così come l’istituzione di nuove fattispecie di reato, da solo non serve a prevenire la violenza contro le donne, proprio perché siamo davanti a un fenomeno sociale e culturale strutturale. Se nel 34% dei casi di femminicidio l’autore si suicida, non c’é deterrenza che tenga. La strada maestra restano le politiche di prevenzione: educazione sessuo-affettiva, al rispetto della differenza di genere, decostruzione e ricostruzione dei modelli di relazione tra gli uomini e le donne, investimento sull’autonomia economica delle donne e sulla vera parità. E poi bisogna sostenere con più risorse la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio che, oltre ad accogliere le donne, sono un presidio di promozione di nuovi modelli culturali e di spazi di libertà e autonomia per tutte. Infine servono corsi seri e obbligatori per gli uomini maltrattanti, campagne di sensibilizzazione, una collettiva responsabilizzazione maschile.

Che ruolo hanno i media e il linguaggio giornalistico nel modo in cui la società percepisce la violenza di genere? Possono contribuire a cambiare l’immaginario collettivo?

Contro stereotipi e pregiudizi il linguaggio è importantissimo e i media hanno un ruolo chiave. Se il femminicidio di Pamela Gianini è stato ancora rappresentato attraverso una narrazione incentrata sulla vita di questa bella ragazza di successo, con un’attenzione ossessiva alla sua immagine e ai suoi comportamenti di vita, invece che concentrarsi sul profilo dell’uomo che l’ha ammazzata e che non accettava la sua libertà e le sue scelte, c’è ancora tanta strada da fare. Soprattutto, stupisce e preoccupa ancora la ricerca del movente, come se ogni femminicidio non fosse l’espressione di un fenomeno sociale e dunque politico, ma un singolo fatto privato e dunque di cronaca.