di Adriana Morlacchi
La Prealpina, 17 ottobre 2026
Don David Riboldi a Varese per presentare il libro scritto con Marco Linari: “La vera barriera fuori dal carcere è il muro di pregiudizi della società”. Tanta attenzione in Salone Estense per una serata di riflessione organizzata dall’Odv La Scelta, guidata dalla vulcanica Mariella Meucci. Al centro dell’incontro, la presentazione del libro “Nessuno nasce innocente”. Un’intervista di Don David Maria Riboldi scritta dal giornalista Marco Linari. Un testo “agile, veloce e scattante”, edito per una collana di interviste, che affronta di petto uno dei temi più spinosi della nostra società: il sistema carcerario e il fine pena. Assoluto protagonista dell’incontro è stato Don David Maria Riboldi, anima della cooperativa Valle di Ezechiele.
Il suo intervento ha puntato il dito contro una piaga del sistema: “Il problema della recidiva è un disastro - ha spiegato - si finisce per affezionarsi tantissimo a queste persone, ma il loro ritorno in cella è in realtà l’ennesima dichiarazione di un fallimento”.
La vera barriera, fuori dal carcere, è il muro di pregiudizi della società: “La frase che mi sento ripetere più spesso è: “Se esco, chi mi prende a lavorare?”. Eppure, se uno è bravo a cucinare, è bravo a prescindere dai suoi errori. I numeri ci danno ragione: a oggi, con l’ultima assunzione, abbiamo preso a lavorare 43 persone, e di queste solo una ha commesso nuovi reati”.
Molto toccante l’intervento di Don Matteo Rivolta, cappellano del carcere di Varese, che ha declinato il tema su “Comunità alla prova”, aggiungendo un fondamentale “di umanità”. “Per buona parte dell’opinione pubblica chi è in carcere è considerato uno scarto, una persona senza umanità - ha sottolineato - ma chi varca quelle porte si accorge che non è così. Nessuno assolve il reato, le azioni criminose restano tali. Ma conoscendo i detenuti e le loro famiglie, nasce spontanea una domanda: se fossi nato io in quel contesto, come mi sarei comportato?”.
Don Matteo ha lanciato una provocazione alla società, impermeabile e carica di pregiudizi, che spesso ostacola la ricerca di una casa o di un lavoro, favorendo di fatto la recidiva. “La vera domanda per ciascuno di noi è: che responsabilità ho io verso di loro?”. A dare corpo alle parole del cappellano ci ha pensato Cinzia, volontaria nel carcere di Varese. Il suo percorso è nato fuori dalle sbarre, a Casa San Carlo (realtà guidata da don Marco Casale), dove ha iniziato a frequentare e cenare con ex detenuti in difficoltà, scoprendo le persone dietro agli errori.
“Entrare in carcere poi è stato un passaggio naturale - ha raccontato - La prima volta non la dimenticherò mai: mi colpì subito l’odore, il fumo, il rumore delle voci. Ma lì ho imparato a tenere fuori il giudizio: non vedo detenuti, ma persone. La messa della domenica ha un sapore speciale, partecipata ed emozionante. È importante esserci, nelle piccole cose, fare un pezzetto di strada con loro”.
La serata è stata arricchita anche da momenti di lettura, grazie all’avvocato Maura Bogni che ha dato voce alle parole del magisrato Annalisa Palomba. Il dibattito - intercalato dai brani musicali di Tony Calabrese - ha lasciato spazio anche alle istituzioni e a voci più critiche. Il vice prefetto Gertrude Corsaro ha ricordato l’impegno governativo affrontato in un recente convegno del 2024 sul tema dell’inserimento lavorativo degli ex detenuti, sottolineando l’importanza dei progetti giovanili “on the road” per far percepire la vicinanza dello Stato.
Di tono diverso, e mirato a mantenere salda la percezione della legalità, l’intervento di Paolo Macchi, in rappresentanza del sindacato di Polizia Siulp: “C’è la tendenza a raccontare il carcere come un luogo da cui si esce migliorati. Condivido la necessità di dare umanità, ma non sono d’accordo nel far passare l’esperienza carceraria solo come un “inciampo” della vita. Dobbiamo mantenere la giusta severità, altrimenti il sistema non migliora”. In chiusura, uno spiraglio di luce e normalità è arrivato Ennio Marchesin del Coni che ha ricordato il potere terapeutico dell’attività fisica: “Lo sport non ha barriere, e deve poter arrivare ovunque”.









