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di Veronica Deriu

La Prealpina, 12 luglio 2026

Pina Ariemma, ex amica della moglie di Gucci, a Fagnano Olona: il rapporto con don David, la prigione, la letteratura salvifica. Vorrebbe parlare solo della sua amicizia con don David Maria Riboldi che conosce da quando era “un ragazzino”. Un seminarista che si recava al carcere di San Vittore, non era ancora il “prete di galera”, cappellano del carcere di Busto Arsizio. In virtù di questo suo legame, è arrivata da Milano a Fagnano Olona, sfidando caldo e zanzare. Nonostante una stampella e il peso dell’età, 80 anni, di questi 14 trascorsi nel carcere di San Vittore, Giuseppina Pina Auriemma è una delle protagoniste del libro “Nessuno nasce innocente” scritto dal giornalista Marco Linari e don David Maria Riboldi.

“Non voglio parlare del caso Gucci. E non ero la maga di Patrizia Reggiani: guai, io proprio detesto quelle cose”, esordisce l’ex amica di Patrizia Reggiani condannata come mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci. La donna tiene in mano un ventaglio che sventola, indossa una maglietta che parla della sua passione per l’arte, con un riferimento al Louvre. Molto lo ha già raccontato nelle interviste che ha rilasciato nel corso degli anni.

Ma si riserva sempre dove andare, scegliere con chi parlare e anche chiedere un contributo che poi devolve per le associazioni come La Valle di Ezechiele. “Ho rifiutato di andare a Belve, non mi piace”, racconta dopo aver mangiato una fetta di torta per festeggiare il compleanno di don David mentre è seduta su una panchina del chiosco Da Mario gestito dalla cooperativa La Valle di Ezechiele. Ma è inevitabile che il discorso poi cada sull’omicidio Gucci, del rapporto con Patrizia Reggiani e anche il riferimento alla pellicola di Ridley Scott con Lady Gaga e Selma Hayek che all’uscita vide in anteprima con don David.

Pina Auriemma, partiamo dal film...

“L’ho sempre detto: non è vero niente. Niente. Una montagna di bugie. Ma non sono l’unica ad averlo detto. Io l’ho visto con il don quando organizzò un appuntamento collettivo per l’anteprima della proiezione a Cerro Maggiore. Non sono l’unica a dire che la storia è stata stravolta, anche le eredi Gucci lo sostengono. Ma contro Hollywood, la battaglia è impari nonostante il mio avvocato e io abbiamo cercato di ristabilire la verità”.

Allora parliamo del suo rapporto con don David Maria Riboldi...

“Sono qui per lui, non potevo mancare. L’ho conosciuto che era un ragazzino, si infilava ovunque. Una volta rimase chiuso in cella quattro ore. Ai tempi, era ancora in seminario ma era già speciale per la sua attenzione verso i detenuti. Io ero un po’ più libera, facevo la bibliotecaria e forse per questo mio ruolo sono riuscita a ottenere tanto. Sia per me che per le ragazze. Don David è una persona speciale: lo si vide da subito anche per il suo rapporto con il Cardinal Carlo Maria Martini, andò pure lui in Terra Santa. Ora a distanza di anni stiamo vedendo i risultati ma la strada è ancora lunga ma lui ha tutte le caratteristiche per arrivare lontano. Sono convinta che farà del bene ad altissimi livelli”.

Quali?

“Non molla mai. È caparbio, quando si mette in testa un obiettivo lo deve raggiungere. Ed è anche duro, intransigente. Non è certo uno tenero”.

Il carcere l’ha cambiata? Come?

“Lo devi prendere con intelligenza, non con arroganza. Sono una delle poche persone che ne sente la mancanza. Purtroppo come la mia coimputata, la signora Patrizia Reggiani”.

Eravate nello stesso carcere…

“Sì ma non volevo assolutamente parlarle, neppure incontrarla”.

Eravate amiche, inseparabili. Per tutti lei era la sua maga: le faceva le carte...

“Avrò detto mille volte questa cosa: assolutamente no. Io non ho mai girato una carta. Anzi dovevo andare a litigare quando le cartomanti si avvicinavano e le chiedevano soldi. Anche 15mila - 20mila euro. Dovevo tenerle lontane. Voi immaginate che durante i nostri viaggia, quando Reggiani arrivava in un posto, una delle sue prime esigenze era quella di farsi leggere le carte. Quindi in albergo c’era sempre una cartomante pronta. E comunque io odio tutto il mondo che è legato alla cartomanzia: anche in carcere quelle che facevano le carte dovevano stare lontane da me. Non le volevo proprio vedere. Io ero la bibliotecaria, una donna al servizio della cultura e mi impegnavo per fare del bene, per convincere le ragazze a studiare”.

E la vittima, Maurizio Gucci?

“Era un bravo uomo, anche se un po’ fragile”. (gli occhi si intristiscono, di un rammarico reale).

Se pensa alla sua vita: tornasse indietro cosa vorrebbe cambiare?

“Vorrei non incontrare mai Patrizia Reggiani. È stato l’incontro più nefasto della mia vita. Io non sapevo che quella donna era una narcisista. Ora è una parola che sentiamo, anche forse abusata. Io invece ho dovuto impararlo sulla mia pelle cosa vuol dire avere a che fare con una narcisista. E soprattutto l’ho appreso dalle carte del processo, leggendo e rileggendo le perizie. Per me fino a quel momento il narcisista era legato al mito di Narciso, secondo la letteratura classica dei greci”.

Nei suoi discorsi ricorre spesso a metafore legate ai miti greci, alla classicità...

“La letteratura mi ha salvata. Lo studio mi ha reso tutto più semplice e mi ha permesso di rivalutare la mia vita e le mie azioni. Mentre ero in carcere ho preso un secondo diploma, una maturità classica perché avevo un ruolo molto bello, un bel lavoro: ero la bibliotecaria. E poi ho speso il mio tempo al servizio delle detenute, dello studio e della cultura. Mi sono messa al servizio e anche ora che ho scontato la mia pena, sono uscita 16 anni fa, faccio volontariato”.

La sua vita resta legata al carcere…

“La mia esperienza è stata positiva, sono stata anche fortunata per diversi motivi. Prima di tutto per le persone che ho incontrato nel mio cammino. Poi forse perché risultavo simpatica e mi hanno sempre aiutata. Io sono stata anche molto libera perché ero bibliotecaria e poi potevo prendermi cura delle ragazze, il non dover pensare a me stessa ma potermi prendere cura di altre persone è stato dirimente. Molto importante e hanno reso la mia permanenza positiva, lo ripeto. Ma non tutti sono fortunati come me: anzi la maggior parte non lo è affatto. Io credo nella rieducazione, nel dare obiettivi e lavoro. Nella nostra società non c’è spazio per chi esce dal carcere, sarà sempre una persona che ha sbagliato. Ma se queste persone non vengono aiutate cosa resta loro? Solo delinquere”.

Come vede il carcere ora?

“Molto duro: manca tanto. Ci vorrebbero più psicologi, medici e assistenti sociali. Ma soprattutto a mio avviso c’è necessità di avere tanti psicologi per più tempo. Esagero: 24 ore su 24”.