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di Sabrina Narezzi

La Prealpina, 10 luglio 2026

Colpi ritmati, persiane sbattute, fischi: frastuono per la seconda serata consecutiva. L’obiettivo è attirare l’attenzione sulle condizioni di vita in carcere a Varese, ancor più in questo periodo di gran caldo. Seconda sera consecutiva di protesta alla casa circondariale dei Miogni. Ancora una volta, poco dopo le 20.30, il carcere è stato attraversato da un frastuono continuo provocato dai detenuti, che hanno battuto utensili metallici contro le inferriate, fatto sbattere con forza le persiane delle finestre e sventolato fazzoletti e indumenti bianchi dalle celle. Una manifestazione ancora più intensa rispetto a quella della sera precedente, accompagnata da urla forti e prolungate nel tentativo evidente di attirare l’attenzione di chi si trovava all’esterno. Tra i cori indistinti, a emergere più volte è stato un grido ripetuto con forza: “È un inferno, è un inferno”.

Fischi lunghi, colpi ritmati e richiami hanno continuato a risuonare per circa tre quarti d’ora, sfiorando l’ora di durata. La sensazione è quella di una protesta organizzata e destinata a proseguire nel tempo, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno dell’istituto, rese ancora più difficili dalle temperature elevate e dall’afa che da giorni interessano il territorio. Anche questa sera non sono mancati i curiosi. Diverse persone di passaggio si sono fermate, alzando lo sguardo verso le finestre sbarrate nel tentativo di capire che cosa stesse accadendo. Dalle abitazioni vicine, invece, qualcuno ha risposto urlando ai detenuti di smetterla, infastidito dal rumore che si è protratto a lungo. Resta il fatto che, al di là del disagio provocato all’esterno, per chi vive dietro quelle sbarre questo sembra essere uno dei pochi strumenti rimasti per far sentire la propria voce. Una forma di protesta rumorosa, certamente, ma che richiama ancora una volta l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario e sulle difficoltà vissute quotidianamente dai detenuti.