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di Pino Corrias

Vanity Fair, 29 aprile 2026

Siamo al quinto Decreto sicurezza in quattro anni di governo. La ricetta è sempre la stessa: sospettare, arrestare, punire, esibire. Più un piccolo capolavoro di incostituzionalità. Visto che il quinto “Decreto sicurezza” nasce di nuovo con il manganello alzato - più reati, più carcere, più allarme sociale - vuole dire che forse (forse!) il manganello non è la soluzione del problema. Non lo è per due ragioni, non si scappa: o è storto il manganello, o è storto il governo che lo ripropone con l’identica urgenza con cui, in quattro anni, ha impugnato gli altri quattro decreti che non hanno funzionato come la propaganda assicurava. Nonostante abbiano già introdotto 57 nuovi reati e 60 aggravanti. Non bastano ancora?

Dentro la nuova impugnatura c’è il vecchio campionario di muscoli legislativi: fermo preventivo fino a 12 ore per chi si sospetta possa creare problemi nei cortei; carcere fino a tre anni per chi porta lame di almeno 8 centimetri; sanzioni ai genitori dei minori; nuove strette sulla droga; Daspo urbano per gli indesiderati o chi minaccia la sicurezza pubblica; flagranza differita; scudo penale per chi spara e invoca la legittima difesa; agenti sotto copertura infiltrati nelle carceri. Tutto molto severo, rapido, televisivo. Al diavolo le garanzie dei sospettati, dei carcerati, degli espulsi.

Con al centro il piccolo capolavoro di promettere agli avvocati dei migranti 615 euro se, invece di difendere i loro assistiti, li accompagnavano fino alla frontiera e al rimpatrio. Una norma talmente “di buon senso” (Giorgia Meloni dixit) che il Quirinale l’ha data alle fiamme appena letta: infrange contemporaneamente i doveri degli avvocati e i diritti degli assistiti. Obbligando il governo a ridurla in cenere.

Eppure i numeri raccontano un Paese diverso dalla sua paura. Il suo tasso di violenza è tra i più bassi in Europa. Nel 2024 i delitti denunciati sono tornati a quelli pre-covid, 40 ogni mille abitanti, gli omicidi sono calati dai 1.000 del 1995 ai 286 nel 2025. Crescono invece le truffe informatiche, le estorsioni, i furti, le violenze sessuali. Ma tutti con tassi assai contenuti. Tuttavia la superstizione penale della destra resta persuasa che l’aumento delle pene e delle fattispecie dei reati, compreso quello dei sit-in pacifici, faccia diminuire di per sé i delitti e sventolare la bandiera della sicurezza. Ma la società non guarisce così. Guarisce dove trova scuole aperte, lavoro decente, quartieri illuminati, puliti e vivi, servizi sociali, presenza pubblica, fiducia. Tutte cose lente, faticose, inservibili ai reel ministeriali che esigono solo il tempo dei punti esclamativi.

Già ai tempi del Rapporto Delors, l’unesco elencava i quattro pilastri dell’educazione sociale: “conoscere”, “imparare a fare”, “imparare a vivere insieme”, “imparare a essere”. I decreti ne propongono altri quattro: sospettare, arrestare, punire, esibire. Scegliendo di assecondare la paura che cresce più dei reati. Di identificare sempre un nemico - l’immigrato, il manifestante, il maranza - per mostrare decisione nel punirlo. Che poi diventi vera l’efficacia della pena sui delitti è tema secondario: fatto il quinto decreto, si farà sempre in tempo a peggiorarlo con il sesto.