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di Gianluca Lettieri


Il Centro, 10 aprile 2021

 

Il colloquio dello psichiatra con la direttrice Ruggero all'ingresso del carcere: "Sono innocente" Poi la cena e le richieste per il giorno dopo: terapia per la pressione, acqua e pile del telecomando.

"Questa storia mi ha ferito. Ho fatto tanta beneficenza, sono un cattolico.

E adesso, con questa falsa vicenda, vengo invece presentato all'opinione pubblica come una persona che si approfitta di chi ha bisogno". Sono le tre e mezza del pomeriggio di due giorni fa quando il primario Sabatino Trotta, su un'auto della guardia di finanza, varca il cancello del carcere di Vasto e comincia a raccontare la sua verità alla direttrice Giuseppina Ruggero, che lo accoglie sul piazzale. A ripercorrere le ultime ore di vita dello psichiatra pescarese è proprio la responsabile dell'istituto penitenziario. "No, non immaginavo che, a distanza di poche ore, avrebbe potuto uccidersi", ripeterà all'infinito all'indomani di una tragedia che tutti, a Torre Sinello, etichettano come inaspettata.

All'inizio del primo giorno da detenuto, il primario appare tranquillo. Quando gli misurano la temperatura, dice di essere stato vaccinato. Ironizza persino sull'accento pescarese di Ruggero. La visita medica che va avanti spedita ed evidenzia un "minimo rischio suicidario". Poi, il comandante della polizia penitenziaria lo fa accomodare nel suo ufficio insieme alla direttrice. Racconta brevemente la sua storia, parla della famiglia che lo attende a casa, appare tranquillo e, a dire di chi lo ascolta, comunque in grado di gestire la situazione.

"Sono innocente e vittima di una persecuzione: non è assolutamente vero che ho usato gli ultimi per raggiungere scopi di denaro che, in realtà, non sono mai stati di mio interesse", si sfoga, respingendo con determinazione l'accusa di corruzione. "Gli altri hanno vinto una battaglia", scandisce Trotta, "ma l'importante è vincere la guerra. Io ho una splendida famiglia". A un certo punto, domanda alla direttrice: "Perché si sta tanto preoccupando per me?". "Perché lei non è abituato a questi ambienti", è la risposta. Il terzetto resta a parlare per mezz'ora, minuto più, minuto meno. Lui non scende nei dettagli, e i due interlocutori non fanno domande specifiche. Perché mettere il dito nella piaga significherebbe fare affiorare ulteriore malessere.

In ogni caso, sia per il presidio sanitario che per la direttrice, Trotta "è in grado di gestire il senso di frustrazione, anche perché è uno psichiatra e ben conosce l'ambiente penitenziario, avendolo frequentato per motivi professionali". A dire degli esperti, dunque, non c'è bisogno di una sorveglianza a vista.

Finito il colloquio, arriva il momento più difficile: entrare per la prima volta nella sua vita nel corridoio di un carcere. Lo accompagna un sovrintendente della polizia penitenziaria. La cella assegnata al primario è tra le più nuove. È composta da letto, tv, comodino, tavolo, sgabello e bagno con doccia. Trotta non deve condividere la stanza con altri detenuti perché il protocollo anti-Covid prevede 14 giorni di isolamento per i nuovi arrivati.

Lo psichiatra cena regolarmente, come accerta la direttrice del carcere con una telefonata. Poi, consegna all'agente della sezione la richiesta, per il giorno successivo, di una bottiglietta d'acqua e di due pile per il telecomando. Non dimentica neppure di farsi consegnare la terapia per la pressione. "Lei può suonare il campanello per qualsiasi necessità, noi siamo qui", gli ricorda un agente. "Grazie, ma non ho bisogno di niente", risponde il medico.

Per mettere in atto il suo piano di morte, però, lo psichiatra aspetta che si avvicini il cambio turno, previsto per mezzanotte. Conosce le regole del carcere e sa che, in quei minuti, le maglie dei controlli possono essere un po' meno strette. Prima di farla finita, impiccandosi con un laccio della tuta a una finestra, scrive una lettera alla moglie e ai due figli. La macchina dei soccorsi scatta immediatamente. Arriva anche l'ambulanza del 118, ma è tutto inutile.

Due inchieste - una della procura della Repubblica di Vasto e una interna - accerteranno se le misure di controllo siano state adeguatamente attuate. La prima domanda è: il laccio della tuta da ginnastica poteva essere in cella? "Sì, di certo non possiamo distruggere il pantalone a un detenuto", replica la direttrice Ruggero. "Per togliergli tutto, avremmo dovuto avere delle perplessità che, ripeto ancora una volta, non c'erano assolutamente".

E ancora: "Ripensando tutta la notte al colloquio avuto con Trotta, sono arrivata a due diverse conclusioni. La prima, per me più probabile, è che lui sia stato sincero fino al momento del telegiornale della sera. Poi, il servizio in tv potrebbe averlo fatto precipitare in un attimo di sconforto. La seconda ipotesi è che, essendo lui una persona molto intelligente, nonché particolarmente manipolativo e seduttivo, fosse tutta una recita e avesse architettato un vero e proprio piano. Con l'isolamento previsto per il Covid è tutto più difficile. Se Trotta fosse stato in stanza con altre persone, probabilmente lo avrebbero fatto desistere". E invece la sua vita è volata via cinque minuti dopo la mezzanotte, schiacciata sotto il peso di accuse così infamanti da cancellare in poche ore quasi trent'anni di carriera.