di Filippo Marfisi
Il Messaggero, 26 giugno 2025
Lo psichiatra e dirigente si era tolto la vita il 7 aprile 2021, dopo essere stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti. Assolto perché il reato non sussiste. È questa la sentenza pronunciata ieri dal giudice monocratico Stefania Izzo nel processo per il suicidio nel carcere di Torre Sinello, di Vasto, dello psichiatra e dirigente del Dipartimento di salute mentale della Asl di Pescara, Sabatino Trotta, per il quale era imputato l’agente di Polizia penitenziaria A.C.. Per l’assoluzione dell’imputato, si è pronunciato anche il pm Vincenzo Grieco.
Trotta, il 7 aprile del 2021, a poche ore di distanza dal suo arresto nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Pescara su presunte tangenti legate a una Cooperativa di Lanciano per una serie di appalti per più di 11 milioni indetta dalla Asl 2 per l’affidamento della gestione di residenze psichiatriche extra-ospedaliere, si era tolto la vita, impiccandosi nella cella in cui era rinchiuso. Lo psichiatra era solo nella stanza quando si tolse la vita, perché in quel periodo era in vigore la normativa anti-Covid.
Per A.C., l’assoluzione segna la conclusione di una vicenda che lo ha molto provato, soprattutto sotto il profilo professionale. Difeso dagli avvocati Arnaldo Tascione e Marisa Berarducci, l’agente ha sempre rigettato le accuse che lo hanno portato a processo per omicidio colposo, violazione dell’articolo 40 del Codice penale (condotta omissiva) e negligenza nella sorveglianza e prevenzione dei suicidi nella sezione detentiva di Trotta. Contestazioni sulle quali si è sviluppato il dibattimento di ieri, che ha visto un acceso contraddittorio tra la parte civile (il fratello e i genitori di Trotta si sono costituiti in giudizio, ndr) e la difesa di C..
Due le tesi che hanno caratterizzato il confronto in aula: quella sostenuta dagli avvocati Tascione e Beradinucci, proiettata a evidenziare il corretto comportamento del loro assistito durante il servizio, la sera del 7 aprile di quattro anni fa; dall’altra, il convincimento dell’avvocato Ernesto Torino Rodriguez, difensore dei famigliari del professionista, che invece non ci fosse stato il necessario controllo del detenuto, che avrebbe dovuto essere più costante in ore particolarmente difficili per chi si trova a dover affrontare per la prima volta l’esperienza carceraria. Per supportare le argomentazioni difensive, sono state ricordate le testimonianze rese in una delle precedenti udienze, dall’infermiera e dal dottor Francesco Paolo Saraceni, responsabile e coordinatore dello staff medico della medicina penitenziaria del carcere, che avevano visitato lo psichiatra al suo arrivo.
In quella circostanza, non avevano percepito alcun segnale che facesse presagire intenzioni suicidarie del detenuto. Non solo. C. avrebbe effettuato le ispezioni nei tempi e nei modi previsti. Diverso il parere della parte civile, che ha fatto leva sulla perizia eseguita dai propri consulenti Adriano Tagliabracci e Vittorio Fineschi. Nella loro ricostruzione i due tecnici hanno posto in evidenza come lo psichiatra abbia impiegato 20 minuti prima di mettere in atto il suo gesto. Forse, si sarebbe potuto salvare, se ci fosse stato più controllo. Il tribunale però è stato di diverso avviso.











