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di Giuseppe Pipitone

Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2026

Ha 88 anni, soffre di una serie di patologie che alcuni medici considerano incompatibili con la detenzione, eppure si trova ancora nel carcere di Rebibbia. E questo nonostante abbia già ricevuto una grazia, seppur solo parziale, dal presidente della Repubblica. È la storia di Antonio Russo, il detenuto citato da Gianni Alemanno nell’ultimo messaggio postato sui social, poche ore prima di tornare in libertà. “Pensate che sia uscito? Assolutamente no... (mica sono tutti così fortunati da ricevere la grazia prima di entrare in carcere come la Minetti...)”, ha scritto l’ex sindaco di Roma, 24 ore prima di varcare i cancelli del penitenziario, dove ha condiviso la cella pure con Russo.

“Spesso purtroppo cade dalla branda e batte la testa, sono gli altri detenuti a dargli una mano”, racconta Alemanno, che aveva chiesto a Sergio Mattarella di graziare l’anziano, condannato a 12 anni per omicidio. Era il 2018 quando, al culmine di una colluttazione, Russo aveva ucciso uno dei figli della sua compagna, che da tempo lo vessava e maltrattava. Dopo il delitto, l’uomo si era consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine e aveva trascorso un periodo in detenzione domiciliare, partecipando poi al processo da uomo libero. La condanna era diventata definitiva nel 2022, Russo era entrato in carcere mentre si aggravavano le sue già precarie condizioni di salute.

Dopo averlo conosciuto, Alemanno aveva dunque scritto a Mattarella per chiedere il perdono presidenziale. Il 15 aprile, il Quirinale ha deciso di concedere a Russo solo una grazia parziale che ha estinto due anni e sei mesi di pena. “Il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole del ministro della Giustizia, dell’età e delle condizioni di salute dell’interessato e del particolare contesto familiare nel quale l’episodio delittuoso è maturato”, si legge nel comunicato diffuso dal Colle per dare notizia della decisione, a differenza di quanto avvenuto per il caso di Nicole Minetti. “Dal mio punto di vista, quella è una follia - dice Alemanno.

Non entro nel merito della questione, ma hanno dato la grazia a una persona che non ha mai messo piede in cella e poteva chiedere l’affidamento in prova perché la pena era inferiore a quattro anni. Paragonare il caso Minetti a quello di Antonio Russo ci dimostra che qualcosa nel nostro Paese non funziona”. Nonostante la grazia parziale, l’età e le condizioni di salute, infatti, Russo si trova ancora in cella: deve scontare ancora circa cinque anni. Il suo difensore, l’avvocato Edoardo Albertario, ha già chiesto in via d’urgenza il differimento pena per motivi di salute, ma quasi tre mesi dopo il tribunale di sorveglianza non ha ancora deciso.

“La pena deve avere una funzione rieducativa, ma in questo caso rischia di diventare una tortura”, dice il legale, che contesta le numerose “disfunzioni” del sistema penitenziario. “Riteniamo che il magistrato di sorveglianza stia facendo il suo lavoro e non sia responsabile di questa situazione - spiega -Ma in carcere molte visite mediche spesso saltano perché non ci sono abbastanza agenti per scortare i detenuti. Tutte le settimane vado a trovare Antonio e onestamente, con queste temperature, ho paura che ogni giorno possa essere l’ultimo per lui”.