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di Roberto Ciccarelli

Il Manifesto, 19 febbraio 2026

Scaffale “Abolire l'impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (add editore). L’abolizionismo è una politica fondata su un doppio movimento: il rovesciamento del potere attraverso la resistenza attiva e la creazione di nuove norme e di nuove forme di convivenza ispirate all’autonomia relazionale. Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (add editore, 245 pp., 18 euro) di Valeria Verdolini è un manifesto politico molto intenso che si muove tra la ricerca accademica e l’impegno dell’autrice che è anche la responsabile di Antigone Lombardia. “Abolire l’impossibile” indica una politica della liberazione che ha come oggetto ciò che nel presente è definito, appunto, impossibile. Si pensi alla naturalità con cui veniva percepita la schiavitù prima della sua abolizione.

Ieri, come oggi, bisogna far emergere il possibile dentro l’impossibile, costruendolo concretamente attraverso una prassi collettiva capace di trasformare l’immaginario e le mentalità. Abolire non significa fare tabula rasa, ma creare nuove istituzioni, praticare costantemente la critica di quelle totali (carcere, manicomio, Cpr, la polizia), creare convergenze tra il femminismo, il marxismo, l’antirazzismo e l’anticapitalismo.

Abolire implica inoltre l’organizzazione di un cambiamento inteso come un processo aperto e incompiuto. Si tratta di creare un’organizzazione collettiva il cui scopo è “disidentificare” la vita dalle categorie del dominio, dello sfruttamento e della gerarchia. Questa operazione intende mettere in crisi ciò che, in momento dato, si definisce “diritto” o “cittadinanza” e, di fatto, funziona come dispositivo di esclusione.

L’abolizionismo è una politica fondata su un doppio movimento: il rovesciamento del potere attraverso la resistenza attiva e la creazione di nuove norme e di nuove forme di convivenza ispirate all’autonomia relazionale. A tale proposito Verdolini cita gli esempi dei centri antiviolenza autogestiti e delle reti di supporto sanitario e legale.

Oggi l’abolizionismo delinea una strategia di decostruzione e ricostruzione dei rapporti sociali ispirata a un’idea di sicurezza non statale né militarizzata, ma intesa come cooperazione e responsabilità diffusa. Verdolini parla dell’abolizionismo penale, concentrato sulla critica del sistema della pena; di un abolizionismo istituzionale, volto allo smantellamento fisico dei luoghi di segregazione; di un abolizionismo trasformativo, orientato sulle condizioni materiali di povertà e razzismo. L’autrice prospetta un abolizionismo “mediterraneo” in un mare percorso da stragi dei migranti e dalla guerra a Gaza da trasformare in uno “spazio politico che può tornare ‘nostro’”, cioè uno “spazio di libertà”.

Il rapporto tra questo abolizionismo con il femminismo marxista è fondamentale. Il testo recepisce le lezioni di Angela Davis, Ruth Wilson Gilmore e Mariame Kaba e le intreccia con la lotta contro le istituzioni totali sperimentata sin dagli anni Sessanta in Italia, in Francia e in Europa. In questo modo si crea un nesso tra le istanze della decarcerazione della società Usa e la genealogia europea di analisi del controllo che ha trovato vette intellettuali nei lavori di Alessandro Baratta e Massimo Pavarini in Italia. Il libro di Verdolini evidenzia inoltre la centralità di Franco Basaglia nell’abolizionismo. Ad unirli è la critica all’istituzione totale che esclude e punisce chi è considerato estraneo o non conforme. La prospettiva della “Abolition Democracy” diventa così lo strumento di analisi della realtà locale, a cominciare dall’inferno carcerario italiano.

Per non perdere di vista la realtà mentre si guarda al futuro, il libro suggerisce di usare il garantismo di Luigi Ferrajoli come uno strumento di difesa immediata. Il “Diritto penale minimo” è inteso qui come uno scudo necessario per proteggere i diritti e i corpi di chi oggi subisce la violenza del sistema. Bisogna usare le regole esistenti per limitare i danni del populismo penale e contrastare il potere di punire.

Perché abolire e non riformare? Se il riformismo si limita a levigare gli spigoli di un sistema oppressivo, l’abolizionismo riabita gli spazi del conflitto. Non si tratta di “umanizzare” la segregazione, ma creare infrastrutture di prossimità che spezzino l’automatismo della punizione. Per fare tutto questo bisogna generare una forte carica etica non proprio semplice da mantenere oggi. Per abolire il presente bisogna coltivare una “prassi della speranza”, cioè una “disciplina” capace di articolare il mondo nella sua versione più libera. Questo è il lavoro paziente di chi, aprendosi varchi oltre i confini, trasforma l’impossibile di oggi nel possibile di domani.