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di Letizia Pezzali*

Il Domani, 1 novembre 2026

Mi incuriosisce un aspetto della ribellione contemporanea, e per ribellione intendo non solo le manifestazioni di piazza, perché il discorso può essere esteso. Mi incuriosisce il fatto che sia sempre più descritta come espressione di una qualità precisa: la randomness. La parola randomness si traduce con casualità, aleatorietà, ma il termine inglese è più carico di significati. I detrattori della ribellione diranno che chi si ribella in verità fa casino a caso (il bisticcio di parole è voluto). Fa casino per il piacere di farlo, senza che gli scopi siano seri. I massimi esponenti della randomness, secondo i detrattori, sono “i giovani”. Quelli che appunto “fanno cose, ma non sanno veramente il perché”. Quelli che non hanno approfondito le motivazioni di una protesta, non hanno studiato, non hanno fatto i compiti, e Bruno Vespa se ne accorge.

Quelli che vogliono solo inanellare una serie di gesti surreali, utili a generare un contenuto che si nutre di sé stesso (“scellerato il ragazzino francese che va alle manifestazioni e fa i balletti per TikTok”). La randomness è interessante perché, a seconda delle epoche, si usa dal lato dritto o dal rovescio. Fino a pochi anni fa, il difetto che avevamo tutti era quello di vedere sempre uno schema dove invece c’era il caso. Tendevamo a sovrastimare la causalità e a sottostimare la casualità. Vedevamo gli elefanti dove c’erano solo delle nuvole. (Nassim Taleb ci ha scritto un libro nel 2001).

Da qualche tempo, però, almeno per il racconto della ribellione, siamo all’opposto: vediamo le nuvole dove ci sono elefanti grossi così. Tendiamo, cioè, a vedere il caso dappertutto, anche dove c’è un’idea, una concretezza. Chi non capisce cosa succede, o vuole reprimere, dirà che quel che succede non ha senso, non ha né capo né coda (né proboscide): è random. In realtà non c’è motivo di pensare che la nostra epoca sia più random di altre epoche recenti.

Perché mai dovrebbe essere diversa da questo punto di vista? Il caso non è una sostanza che si accumula significativamente nell’arco di pochi decenni: un atomo radioattivo decade oggi con la stessa probabilità di un secolo fa. Il nostro tempo è solo abitato da connessioni più rapide e meno evidentemente lineari, spesso sotterranee o racchiuse nelle stanze retrostanti (le backrooms). Connessioni che esistono, anche se non sappiamo disegnarle. Esempio: il distacco ironico.

Oggi è ben codificato. Chi ha in casa dei ragazzini lo sa. Se ripeti certe parole del loro linguaggio verrai guardato male, e se ne inventi di tue verrai guardato peggio. Dunque è chiaro che le loro parole non sono “senza senso”, ma hanno un senso, un modo, una patente che stabilisce chi si è guadagnato il diritto di usarle.

Come sempre accade con i linguaggi, che sono allergici alle appropriazioni indebite. Se il paese scivola verso un vero Stato di polizia I sistemi rigidi Quand’è che finiamo per chiamare random quello che non comprendiamo? L’ossessione per la randomness merita attenzione, perché è anche un tratto dei sistemi rigidi, dei regimi. Tipicamente, da una parte avremo un sistema rigido, dall’altra lo spauracchio della randomness.

Un sistema rigido (un regime) ha tutti gli elementi definiti, e un futuro glorioso inserito in uno schema di previsioni. Ha un progetto futuro di lunghissimo periodo. E chiama “eventi caotici e casuali” tutto quello che va contro i piani. Il mantenimento del regime (la sua crescita secondo un disegno) ha bisogno che gli imprevisti non vengano riconosciuti come “cose serie”, e che tutte le cose previste appaiano invece inevitabili. Serve una coerenza interna, se vuoi ipnotizzare i sudditi. (La coerenza interna non è sinonimo di intelligenza).

I sistemi rigidi sono caratterizzati da due modi di fare intorno al pensiero (in quello che sto per scrivere echeggia Arendt, ma con licenze). Il primo è non pensare. Non pensare, cioè stabilire un obiettivo e asfaltare tutto ciò che si frappone fra te e l’obiettivo (anche i tecnocrati lo fanno). Una volta creata l’infrastruttura, non si ha bisogno di pensare: bisogna sigillare. Un pensatore vero, invece, travolge, demolisce, ma non asfalta. Il secondo è pensare l’impensabile. Stare tranquilli, e poi una mattina decidere di distruggere il nemico radendolo al suolo.

Gli atti impensabili occupano un luogo preciso nelle previsioni mentali dei regimi. Sono il frutto della programmazione, che col pensiero non c’entra nulla. L’impensabile, insomma, non è quello che non si riesce a immaginare, ma quello che si è previsto a monte di poter fare. Quando chiamiamo la ribellione randomness, riveliamo qualcosa della nostra struttura mentale tirannica.

*Scrittrice