di Angiola Petronio
Corriere del Veneto, 8 agosto 2024
Si chiama “Liberi di crescere” ed è un progetto triennale di cui è capofila Caritas Verona con la coop sociale “Il Samaritano”, che coinvolge 25 tra associazioni e realtà no-profit venete, che nelle carceri di Montorio, Venezia, Treviso e Verona svilupperà azioni “volte a tutelare la dignità dei minori figli di detenuti e aiutarli ad essere protagonisti della loro crescita”. Il monito è quello biblico de “le colpe dei padri non ricadano sui figli”, che da esortazione diventa colonna vertebrale di un progetto che per quei figli vuole un futuro non solo consapevole ma libero dagli stigmi. E che renda le carceri e la pena non solo un incubatoio di vite, ma un percorso riabilitativo e di riparazione anche di quel rapporto genitoriale che la detenzione spesso sgretola.
“Ci sono molte sfide”, come ha detto don Andrea Malosto direttore della Caritas e referente del servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, in “Liberi di crescere”, il progetto vincitore del bando nazionale de “Con i bambini”, impresa sociale del fondo per il contrasto delle povertà educativa minorile. Progetto che si snoderà in tre anni e che vede capofila Caritas Verona con il suo braccio operativo, la cooperativa Il Samaritano - in una rete di 25 tra associazioni e realtà no profit - prendendo in carico i minori figli di detenuti sia delle sezioni maschili che di quelle femminili nelle carceri di Montorio, Venezia, Treviso e Vicenza. Centodieci tra bambini e ragazzi figli di detenuti, 110 genitori reclusi che saranno segnalati al progetto dalle case circondariali e 35 tra educatori e insegnanti, “Liberi di crescere”.
Che si muoverà su un orizzonte di fronti. Il sostegno alla genitorialità e il supporto psicologico con attività sia all’interno delle carceri per le persone in detenzione sia all’esterno per le persone in misura alternativa o di fine pena che si concretizzeranno in gruppi e laboratori di supporto, uno sportello interno alle carceri e sessioni formative. C’è poi la presa in carico personalizzata dei figli minorenni con la mediazione familiare e colloqui individuali con psicologi e altri professionisti e gruppi di parola per l’elaborazione della propria storia di figli di detenuti.
E ancora, la costruzione di un sistema di supporto all’intero nucleo familiare con colloqui psicologici e accompagnamenti educativi per le famiglie, laboratori per figli e compagne o compagni e sportelli esterni alle carceri dedicati. “Con un’altra linea d’azione - spiega Daniele Dal Corso, referente del progetto per Caritas Verona quella che riguarda la comunità. Quindi riconoscere che questo che è un aspetto di cui nessuno parla, ma che è un problema che fa parte della nostra società, con la comunità che può avere un ruolo attivo”.
“Uno dei diritti fondamentali per i minori - le parole di don Malosto - ma forse per tutti è la possibilità di avere gli strumenti per non essere definiti nella loro identità da quello che gli capita nella vita, ma di poter esprimere il loro potenziale a prescindere da quello che gli è successo. Il primo obiettivo forse può essere questo: dare a questi ragazzi l’opportunità di non essere definiti dal fatto di essere figli di detenuti ma di essere figli, semplicemente figli. Poi vedo molto forte in questo progetto la cura dei genitori.
Sappiamo che nessun carcere ad oggi è capace di agire secondo una pena che sia riabilitativa ed educativa. Poter essere ancora genitori e poter recuperare la propria genitorialità anche se magari in forme diverse da quelle ordinarie è una forma di riabilitazione molto forte per coloro che vivono. Poi c’è l’aspetto della società, di recuperare quella valenza di “squadra” che permette di essere incisiva anche nell’aiutare le persone che la abitano”.
Ripristinare e riparare relazioni interrotte, “Liberi di crescere” che sarà operativo “sul campo” da settembre e che ha visto la sottoscrizione del partenariato da parte dell’amministrazione penitenziaria regionale, delle quattro carceri coinvolte e di vari enti locali. “Credo che questa sia la sfida principale - analizza Silvio Masin, direttore si Fondazione Don Calabria e referente per il monitoraggio tecnico del progetto -. Per le persone che sono coinvolte ma anche per un sistema giustizia che non si prende cura della persona nella sua interezza, ma è semplicemente esecutore di una pena. E la sfida è anche per noi del terzo settore: riuscire a porci come mediatori, come riparatori di queste relazioni all’interno del sistema penitenziario”.










