giornalepantheon.it, 5 luglio 2026
Uno strumento che ha più braccia, diversi livelli operativi che hanno però un unico obiettivo: intercettare e prendere in carico i minori figli di detenuti, coloro che si trovano, spesso insieme al proprio nucleo familiare, a fare i conti con gli effetti negativi di una relazione parentale che diventa difficile e di un contesto sociale che tende ad escludere. Un tema estremamente attuale considerato che la popolazione carceraria, in Italia, è di 56.196, di cui 2.365 donne e 53.831 uomini, e tra loro sono stimati circa 25mila genitori. In Veneto, i detenuti sono 2.487, di cui 123 donne, e si possono stimare circa un migliaio di genitori.
Crescere protagonisti della propria libertà, promosso nell’ambito dell’iniziativa “Liberi di Crescere” finanziato da Con i Bambini, entra a gamba tesa proprio in queste dinamiche per sostenere i minori figli di persone detenute e rafforzare le competenze genitoriali in contesti di fragilità. Partito a fine 2024 a livello regionale e capillarizzato nelle provincie di Verona, Venezia, Vicenza e Treviso, il progetto sta proseguendo la propria fase operativa e traccia un primo bilancio. Complessivamente, i bimbi e ragazzi presi in carico sono circa una quarantina. L’analisi dei dati raccolti nei diversi contesti territoriali evidenzia un andamento eterogeneo, caratterizzato da elementi comuni ma anche da specificità legate alle reti locali, al grado di collaborazione istituzionale e al livello di maturazione delle attività.
Il progetto, il cui capofila è la cooperativa sociale Servizi e Accoglienza Il Samaritano Onlus di Caritas Verona, che coordina gli oltre 20 partner regionali del progetto, si concretizza come un intervento multilivello che, pur sviluppandosi in contesti territoriali differenti, mantiene una forte coerenza interna grazie a tre direttrici condivise: il sostegno ai minori e ai caregiver, gli interventi sulla genitorialità sia in ambito detentivo sia in esecuzione penale esterna, le azioni finalizzate al rafforzamento della rete. Questa impostazione comune consente di garantire un’identità unitaria al progetto, pur lasciando spazio a modalità di attuazione diversificate in base alle caratteristiche e ai bisogni specifici dei territori.
Nel complesso, l’analisi dei diversi territori restituisce infatti un progetto capace di adattarsi ai contesti locali, pur evidenziando livelli differenti di maturazione: nel veronese il percorso progettuale è in una fase più iniziale. Si registrano difficoltà significative nell’attivazione degli interventi, in particolare per la mancanza di riscontro da parte dell’istituto penitenziario rispetto ad alcune proposte laboratoriali. A Treviso emerge una buona solidità delle attività realizzate all’interno della Casa Circondariale, dove i colloqui individuali e lo sportello risultano strutturati e partecipati. Nel secondo trimestre dell’anno 2025 si registra una significativa adesione anche ai percorsi successivi, segnale di una presa in carico efficace e di una risposta positiva da parte dei beneficiari. Tuttavia, al di fuori del carcere, il progetto incontra maggiori difficoltà.
Venezia: nel territorio veneziano, e in particolare a Chioggia, in una prima fase, le energie sono state concentrate soprattutto sulla costruzione della rete. Solo successivamente si è passati all’attivazione di interventi diretti, come laboratori e attività rivolte a genitori e minori, che hanno raggiunto un buon livello di partecipazione. Nel corso del 2025, a Vicenza, le attività hanno registrato una buona adesione da parte degli adulti, accompagnata da un progressivo miglioramento dell’interazione tra genitori detenuti e figli. Permangono tuttavia alcune criticità strutturali come la necessità di rafforzare il raccordo con i servizi sociali e sanitari del territorio.
“Stiamo toccando con mano la difficoltà del sistema penale nel porre un’attenzione strutturata e continuativa al tema della genitorialità in carcere e, più in generale, al benessere dei figli di persone detenute. Le iniziative progettuali si innestano su un sistema che fatica ancora a riconoscere pienamente il detenuto nella sua dimensione genitoriale - analizza Silvio Masin, direttore di Fondazione Don Calabria, e referente tecnico del progetto -. Infatti, le esperienze territoriali mostrano come, laddove esiste una collaborazione più solida tra istituzioni e rete locale, sia possibile costruire percorsi efficaci e continui; al contrario, nei contesti in cui tale integrazione è più debole, le attività faticano a radicarsi e a raggiungere i destinatari. Al netto dei risultati immediati, il valore aggiunto del progetto sta proprio nella sua funzione di stimolo e di cambiamento culturale. Perché gli interventi possano diventare realmente incisivi e sostenibili, è necessario che il sistema penale evolva verso una maggiore apertura alla dimensione familiare, riconoscendo la genitorialità come parte integrante dei percorsi trattamentali”.










