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di Giorgio Malavasi

 

Gente Veneta, 10 aprile 2015

 

L'ergastolo? Non serve a recuperare chi ha sbagliato e non serve a dare soddisfazione a chi ha subito un reato. I circa venti cappellani penitenziari del Triveneto spingono sull'acceleratore e, riprendendo con forza l'intervento scritto da papa Francesco all'Associazione internazionale di Diritto penale, dicono che è tempo di ripensare radicalmente all'istituto dell'ergastolo che, come dice il Pontefice, "è una pena di morte nascosta". E che c'è un'alternativa più efficiente e giusta.

I cappellani penitenziari hanno espresso questa tesi incontrandosi, nei giorni scorsi, a Venezia, per uno dei convegni che, periodicamente, li vedono insieme, per la formazione comune e per approfondire alcuni aspetti o enucleare proposte comuni. Con loro anche il referente designato dalla Conferenza episcopale triveneta, l'arcivescovo di Gorizia mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, che ha coordinato la riflessione comune.

"Il problema non è solo l'ergastolo ostativo, quello che nega permessi o semilibertà e in ragione del quale è praticamente impossibile uscire dal carcere, ma anche quello "ordinario", che comporta comunque 26 anni di detenzione": lo rileva fra Nilo Trevisanato, cappellano del carcere femminile della Giudecca e uno dei due cappellani - insieme a don Antonio Biancotto - degli istituti penitenziali lagunari.

"Che possibilità di rieducazione e di recupero ci sono - sostiene padre Nilo - se, dato un periodo lunghissimo come 26 anni, quasi non si avverte la speranza che la carcerazione ad un certo punto finirà? Lo si vede nelle detenute che si trovano in questa condizione e che, anche al più piccolo litigio in carcere, non si tirano indietro e sembra quasi dicano: "tanto che cosa abbiamo da perdere?".

Cosa fare, dunque? Anche perché l'opinione pubblica è sgomenta di fronte agli atti di criminalità e sente il bisogno che i colpevoli vengano presi e puniti adeguatamente, con un congruo periodo in carcere. È una richiesta fatta spesso, e a gran voce... "È comprensibile - risponde il frate francescano - ma non giustificabile. Ed è molto spesso inutile. La realtà dice che una persona che ha subito un reato si sente ripagata non tanto da una pena esemplare, perché poi il reo può anche scontare tantissimi anni di carcere e uscire con la convinzione di aver pagato il proprio debito, senza mai curarsi di chi ha subito il danno".

In termini di giustizia riparativa, la persona offesa viene ripagata "solo quando si accorge che il reo percepisce il dolore che ha arrecato. Ci sono esperienze molto belle, di incontri fra vittime di reato e chi lo ha commesso: quando la vittima percepisce che chi le sta di fonte avverte il dolore provocato, non è quasi più interessata alla pena del colpevole, perché si sente già ripagata. E accade anche il viceversa: molto spesso chi ha commesso questi reati ne capisce la gravità a partire dall'esperienza del dolore provocato e inferto alla vittima". Perciò - sostengono padre Nilo Trevisanato e gli altri cappellani penitenziari del Triveneto - oggi all'emozione collettiva, che domanda punizioni e pene esemplari, si deve rispondere offrendo dei percorsi di giustizia riparativa. Dicendo stop all'ergastolo.