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di Michela Nicolussi Moro

 

Corriere Veneto, 3 febbraio 2015

 

Ricerca dell'Università di Padova: corpo afflitto da nonnismo. Denuncia dei Sindacati. Gianpietro Pegoraro (Cgil): stress, superlavoro e sottorganico hanno aumentato gli invii alla commissione medica.

Non è un episodio isolato la rivolta scoppiata al Due Palazzi di Padova la scorsa settimana (a proposito 7 dei 30 indagati sono già stati trasferiti e gli altri lo saranno a breve): le carceri venete sono vere polveriere. Sovraffollamento (3.180 detenuti contro una capienza regolamentare di 1947), polizia penitenziaria in perenne sottorganico (fino a -30%), strutture fatiscenti e poche risorse per le attività interne (lavoro, studio, sport, cultura) che riescono a coinvolgere solo la metà dei reclusi, alzano il livello di tensione e abbassano quello di sicurezza.

Gli agenti lamentano una vita d'inferno, denunciando un malcontento che nel 15-20% dei casi degenera in depressione, uso di alcol o droga. "È un grave campanello d'allarme - dice Gianpietro Pegoraro, segretario regionale di Cgil Penitenziari - anche perché abbiamo un'arma. Negli ultimi due anni si sono uccisi due colleghi a Padova e uno a Venezia e sui 1.500 in servizio il 15-20% soffre di depressione o ricorre ad alcol e droga per reggere lo stress.

Sono frequenti gli invii alla Commissione medica ospedaliera, che certifica lo stato di malattia e prescrive da 40 a 90 giorni di prognosi. Ma non è una soluzione, bisognava far partire i Centri d'ascolto con gli psicologi delle Usl, mai attivati perché da una parte era garantito l'anonimato e dall'altra le direzioni delle carceri volevano l'elenco dei poliziotti utenti".

Emerge a late re della ricerca sulle condizioni lavorative della Polizia penitenziaria in Veneto, condotta dall'Università di Padova con Francesca Vianello, docente di Sociologia della devianza, e il dottorando Alessandro Maculan. I due hanno somministrato ai 1.500 agenti un questionario per capirne il grado di soddisfazione e dall'analisi (hanno risposto in 416, circa il 30%, con il 2% di Vicenza: appena 11 partecipanti) è saltato fuori un altro dato preoccupante.

"Nel corpo sussiste una sorta di nonnismo - rivelano i ricercatori - vige una stretta gerarchia militare: più uno è giovane e basso di grado, peggiori sono le condizioni di lavoro. Non c'è una rotazione del personale, tocca sempre a loro stare a contatto con i detenuti, mansione che implica le maggiori criticità e più ore di straordinario". "Un agente penitenziario si sobbarca un carico di sofferenza smisurata - commenta il professor Giuseppe Mosconi, docente di Sociologia del diritto - il suo molo è legittimato dall'accezione positiva di rappresentare la legge, che però all'esterno non è riconosciuto. E ciò è fonte di frustrazione".

L'altra fetta di personale che considera il proprio mestiere pesante e demotivante è quella del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti. "L'aver a che fare con un alto e continuo numero di trasferimenti dei detenuti, il dover fare viaggi lunghi e passare la notte fuori casa, dormendo nelle caserme di altri istituti spesso prive di comfort, essere costretti a confrontarsi con una popolazione poco disciplinata e con persone arrestate da poco possono concorrere a rendere questo lavoro particolarmente duro e privo di soddisfazioni", si legge nella ricerca.

Va detto che le situazioni più difficili si riscontrano nei circondariali, gravati da turn over frequente. Il dossier indica poi Verona come la realtà più dura, per struttura e organizzazione, mentre la Giudecca di Venezia (Femminile) è l'isola felice priva di sovraffollamento.

In mezzo Belluno e Treviso, dove si evidenzia una maggior collaborazione tra agenti. Padova invece si distingue per la sezione dedicata ai tossicodipendenti con residuo di pena al massimo di due anni e che si stanno disintossicando sotto il controllo dell'Usl 16: godono di custodia attenuata, cioè possono stare sempre con le celle aperte.

Tornando alle lamentele del personale, riguardano il degrado strutturale, la conflittualità interna, la mancanza di soddisfazioni, formazione e occasioni di crescita professionale. Meno critici i poliziotti più anziani, che hanno figli o che fanno sempre lo stesso orario: si sentono parte di una squadra.