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di Alda Vanzan

Il Gazzettino, 19 agosto 2024

Angela Venezia, avellinese, cresciuta in Puglia, ora dirigente dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto. Di una cosa è convinta: in carcere si espia la pena, ma bisogna anche avere la possibilità di rifarsi una vita. Come? Imparando un lavoro. Panettiere, pasticcere, sarto, addetto alla lavanderia. E se uno, anziché guadagnare mille euro al mese, preferisce prenderne tremila al giorno spacciando droga? “Mi è capitato di sentirmelo dire, la mia risposta è semplice: vorrà dire che ci si rivedrà qui in carcere”. Angela Venezia, 61 anni, campana di Avellino, è dirigente del Provveditorato regionale per l’amministrazione penitenziaria per il Triveneto, nello specifico direttore dell’Ufficio detenuti e del trattamento.

Come è arrivata dall’Irpinia a Padova?

“In realtà in Irpinia ci sono stata pochissimo. Mio papà era un distillatore, all’epoca le distillerie erano di proprietà dello Stato, c’era il monopolio. Penso sia stato uno degli ultimi distillatori statali. Gli avevano proposto il Lazio, ma Roma era troppo grande per una persona che veniva da un paese piccolo come Avellino. Così ha scelto la Puglia, Barletta, dove ho studiato fino al liceo classico, poi l’università a Bari, ma nel frattempo ho deciso che non volevo più avere qualcuno che decidesse per me. Sono stata una figlia ribelle”.

Ribelle, come?

“Ero la prima dei figli e la prima dei nipoti in una famiglia piccolissima, quasi una tribù. Non accettavo le convenzioni, non ho mai fatto niente per dovere ma perché avevo il piacere di fare le cose. Ancora oggi è così. Per i miei genitori non era facile accettarlo. Tra l’altro, prima figlia e prima femmina. Ho fatto da ariete di sfondamento. E mentre facevo l’Università, Giurisprudenza, ho deciso che dovevo lavorare”.

Cosa ha fatto?

“Tutti i concorsi possibili. Il primo che ho vinto: vigilatrice penitenziaria. Le vigilatrici erano operaie qualificate dello Stato, come gli agenti di custodia. In sostanza, guardie. Avevo 25 anni. Il mio sogno però era la polizia, solo che sono stata scartata per deficit visus: appena tre gradi di miopia, ma niente”.

Quindi comincia come guardia. Dove?

“Sarà stato il mio cognome? Prima sede Venezia, tre anni al carcere femminile alla Giudecca. L’impatto è stato devastante: io ero la donna dello Stato, le detenute le donne dell’anti-Stato. Non potevi creare amicizia, nessuna relazione che non fosse quella prevista dalla legge. Tra l’altro all’epoca c’erano le suore come nostre “comandanti”, così la conflittualità di noi vigilatrici era doppia: con le detenute e con le suore”.

C’è qualcosa che l’ha colpita di quel periodo?

“Le nonne. Le persone che venivano ai colloqui con le detenute dovevano essere perquisite e perquisirle per me era la peggiore delle mansioni. Toccare le persone che non avevano commesso nessun reato, persone che però continuavano a credere nella famiglia anche se le loro figlie, nipoti, sorelle avevano commesso un reato. Per me quel compito è stato faticosissimo. Non le capivo, ritenevo che quella loro fiducia fosse mal riposta. Ecco, io questa cosa me la rimprovero ancora”.

Perché?

“Professionalmente non avrei dovuto esprimere giudizi, dovevo essere lucida, neutra. Però questa colpa mi serve, perché nonostante il mio rigore mi aiuta a essere più umana”.

Il caso che umanamente l’ha colpita di più?

“Daniele Barillà. Dopo la laurea vinco il concorso da educatore di Area pedagogica e vengo mandata a Bergamo. Il mio credo era il diritto e con Barillà si è infranto. La sua è una storia tristissima, si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ne hanno fatto anche un film, protagonista Giuseppe Giorello. Quando Barillà è arrivato in carcere a Bergamo, dopo diversi anni già di detenzione, aveva i capelli neri. Quando è uscito era brizzolato. Nei colloqui di osservazione arrivava nel mio ufficio carico dei faldoni, continuava a dire: “dottoressa, io sono innocente, non c’entro niente”. Come si poteva avere fiducia di una persona che non ammetteva la sua colpa? Però si vedeva che la sua sofferenza era reale. A un certo punto la dottoressa Lazzaroni, magistrato di sorveglianza che seguiva il carcere di Bergamo, un magistrato illuminato, gli ha dato il permesso. Si sa com’è finita, riconosciuto innocente. Quell’esperienza per me è stata dal punto di vista umano e professionale importantissima, con molta frustrazione ho scoperto che anche i giudici, anche gli operatori sociali sbagliano”.

L’ha più sentito?

“No, non sento nessuno degli ex detenuti. E se per caso ci incontriamo al supermercato a Bergamo, dove ho la famiglia e dove vivo il fine settimana, sono liberi o meno di salutarmi, liberi di dimenticare il periodo del carcere specie se è stato funzionale al loro recupero”.

È vero che nel carcere di Bergamo avevate messo un forno?

“Il carcere di Bergamo per me è stato una grande famiglia, ci sono rimasta 17 anni, tutti credevamo nel principio costituzionale del recupero e del reinserimento delle persone, tutti operavamo per lo stesso obiettivo e cioè fare in modo che meno persone possibili rientrassero in carcere. E cosa gli dai per non farli rientrare? I soldi per poter campare. E cioè il lavoro”.

Quando arriva a Padova?

“Vinco il concorso da dirigente nel 2006, due anni dopo sono a Padova, direttore dell’Ufficio dei detenuti e del trattamento. Il mio compito? Coordinare le attività trattamentali di tutti gli istituti del distretto: 16 carceri in Triveneto di cui 9 in Veneto, 5 in Friuli Venezia Giulia, 2 in Trentino Alto Adige, complessivamente circa 3.800 detenuti”.

Sovraffollamento e suicidi, le due emergenze.

“Stiamo lavorando tantissimo su entrambi i fronti. Sul sovraffollamento, le direzioni stanno cercando di fare quante più attività trattamentali possibili, sia di natura lavorativa che di istruzione. Perché offrire al detenuto delle opportunità, dei momenti di riflessione, aiuta anche ad intercettare disagi e difficoltà. Sappiamo dei suicidi, che sono l’evento finale; ma quante persone, non lo sapremo mai, abbiamo salvato attraverso le attività, l’impegno, la proposta di azione?”.

In galera e buttare via le chiavi. A chi lo dice, cosa risponde?

“Che a chiunque di noi potrebbe succedere di avere un figlio, una figlia, un padre, una madre, un fratello, un cugino che commette un reato efferato. E io mi ricordo sempre quelle nonne che dovevo perquisire e che nonostante tutto credevano nella persona che era detenuta. Sia chiaro, non giustifico nessuno e niente. Ma questo lavoro mi ha aiutato tantissimo a perdere quella intransigenza un po’ giovanile e caratteriale. Io sono molto dura con me stessa. L’unica cosa che non sono mai riuscita a controllare è il cibo!”.

Espiazione della pena e recupero: ci crede davvero?

“Il senso del carcere è il recupero, altrimenti non avrebbe senso. Quando uno ci ricasca e torna dentro, è un po’ un nostro fallimento. Dal quale però bisogna prendere la parte migliore: perché non ce l’ha fatta? in cosa abbiamo sbagliato?”.

Sua figlia da piccola capiva che lavoro faceva la mamma?

“Fabiana, che adesso ha 30 anni, era terribilmente in difficoltà. Una volta avevo accompagnato lei e le sue amichette alla festa di Carnevale in centro a Bergamo, eravamo in pullman e quando siamo passati davanti al carcere Fabiana ha esclamato: “Guardate, la mia mamma sta in quel carcere lì”. E tutte le signore sul pullman a guardarci con circospezione. Fabiana, le dissi, la tua mamma lavora lì, non sta lì. Però che risate”.

Un aggettivo per descrivere suo marito.

“I miei amici dicono che è un santo. È un grande, veramente”.

Un capo di abbigliamento che non indosserebbe mai.

“Perché sono grassa, la minigonna. Ma non solo per quello, anche per principio”.

Il regalo più costoso ricevuto?

“Ai miei 60 anni mi hanno regalato un viaggio, che però non ho ancora fatto. La Giordania, adesso non è il momento”.