di Alice Cavicchioli
www.notizie.tiscali.it, 25 febbraio 2015
La cultura e lo studio come strumenti cardine per un carcere che miri alla riabilitazione e il reinserimento sociale dei detenuti. Questo il principio alla base del nuovo protocollo d'intesa siglato il 20 febbraio tra l'Università degli studi di Padova ed il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria.
Obiettivo: migliorare le condizioni di studio nelle carceri del Triveneto mettendo a disposizione dei detenuti spazi adatti e maggiore accesso alle risorse universitarie. La convenzione si innesta in un percorso che a Padova (dove è già in essere un accordo fra università e Ministero della Giustizia stipulato nel 2007 e rinnovato nel 2013) è iniziato dieci anni fa conducendo alla laurea più di venti carcerati. Il nuovo protocollo prevede attività didattiche e di formazione, la partecipazione congiunta a programmi di ricerca nazionali e internazionali, l'istituzione di gruppi di lavoro e agevolazioni economiche come borse di studio e premi di rendimento.
"L'elevazione culturale in carcere - testimonia Salvatore Pirruccio, direttore della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova - favorisce non solo la gestione dei detenuti in genere ma anche la riabilitazione personale. Noi ci accorgiamo, con gli studi fatti in carcere da parte dei detenuti in collaborazione con l'ateneo o con altri istituti d'istruzione secondaria, che la mentalità e il modo di approcciarsi dei detenuti cambiano. Il detenuto non rimane ancorato ai vecchi disegni criminali, non pensa più di ritornare da dove viene, cioè da una società che l'ha condotto in carcere. Grazie alla cultura quindi, dopo alcuni anni, vediamo persone completamente diverse".
Il Bo aprirà dunque le iscrizioni a tutti gli istituti penitenziari del Triveneto con l'impegno di mettere in campo anche reciproche riflessioni e ricerche incentrate sul tema delle carceri stesse, intese come realtà integranti della società invece che luoghi di alienazione dediti esclusivamente alla repressione e il contenimento. "Il primo errore che secondo me è stato fatto, a iniziare credo dagli anni 80 in poi, è stato quello di aver costruito le carceri fuori dai paesi, fuori dalle città. Il carcere - prosegue Pirruccio - è una piccola società che fa parte di una società più grande che è la città, dunque dev'essere inserito a pieno titolo nell'ambito cittadino. Non deve essere difficile raggiungere il carcere, proprio fisicamente, e pertanto la costruzione di nuovi istituti si auspicherebbe avvenisse all'interno del contesto sociale. In questo modo non si interromperebbe quel feeling che deve esserci fra la persona detenuta e il territorio. Verosimilmente il territorio dev'essere quello di provenienza con una minima regionalizzazione dell'esecuzione penale. Non possiamo trasferire un detenuto dal Piemonte al Friuli, non è la sua società".
Una visione, quella descritta da Pirruccio, che - soprattutto in Veneto - incontrerebbe con tutta probabilità le resistenze di una politica che spesso impernia le proprie campagne sul tema della sicurezza. A questo proposito il direttore del penitenziario padovano risponde: "La sicurezza non si raggiunge emarginando le persone, la sicurezza si raggiunge contestualizzandole. La persona deve rimanere a contatto con la società perché lì è più sicura, perché lì la possiamo anche controllare meglio. Quindi, se non limitatamente ad alcuni casi di particolare efferatezza, emarginare è controproducente e la maggior parte dei detenuti deve riabilitarsi restando nel proprio territorio".











