di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 31 agosto 2023
Agenti aggrediti, gesti di autolesionismo, proteste. È l’estate nera delle prigioni del Veneto: una polveriera che, dietro torrette e muri invalicabili, pare in procinto di esplodere. “Ci sono tensioni in tutta la regione, la situazione sta degenerando” conferma il segretario del sindacato Uspp, Leo Angiulli.
Qualche flash da radio-carcere. A Verona, martedì scorso due reclusi hanno dato fuoco alla cella e poi hanno usato le gambe di un tavolo come mazze contro gli agenti. Il giorno precedente, era stata la volta di uno psichiatra della struttura a cui un detenuto, rientrato dopo un ricovero in ospedale, ha fratturato il setto nasale. “Abbiamo chiesto che tutti i vetri siano sostituiti con plexiglass antisfondamento - ha raccontato Matteo Barbera, pure lui sindacalista della penitenziaria - perché i carcerati li rompono e li mangiano. Non abbiamo avuto risposta”.
Due settimane fa, a Vicenza, tre albanesi che pretendevano di essere trasferiti sono riusciti ad arrampicarsi sui muri dei cortili, issandosi sul tetto. Ci sono volute ore di trattativa per farli scendere. Tensioni anche nella sezione alta sicurezza dove - stando a quanto segnalano alcuni attivisti - la protesta starebbe montando, con detenuti che quotidianamente inscenano la “battitura” (cioè sbattono pentole e suppellettili sulle porte come forma di protesta) e altri intenzionati a intraprendere uno sciopero della fame.
Se soltanto questa estate la casa circondariale di Venezia ha dovuto fare i conti con due suicidi, in quella di Padova nei giorni scorsi un agente è finito al pronto soccorso dopo essere stato aggredito da un detenuto che gli ha sbattuto la testa contro un muro. Mentre nella Casa di Reclusione, sempre a Padova, un poliziotto è stato rinchiuso in un reparto: per farlo uscire i colleghi hanno dovuto ingaggiare una colluttazione.
Questi sono soltanto gli ultimi episodi, maturati in un contesto che si fa sempre più caotico, come raccontato nella lettera pubblicata ieri dal Corriere, scritta da Franca Berto, la moglie dell’ex guardia giurata Massimo Zen che a Montorio sta scontando la condanna per aver ucciso un ladro in fuga. Scrive di sovraffollamento e di organici ridotti all’osso. E ha ragione.
Stando agli ultimi dati del ministero della Giustizia, al 31 luglio nei nove istituti penitenziari del Veneto erano presenti 2.512 detenuti, quando potrebbero contenerne (il criterio è di 9 metri quadrati per singolo detenuto) al massimo 1.947. Il 30 per cento in più. Tradotto: celle affollate che rendono ancora più insopportabile il caldo torrido delle scorse settimane. Ma per chi non regge stress e tensione, scarseggiano psicologi e operatori.
In un report di marzo, quando i reclusi nella nostra regione erano un centinaio di meno, il Garante dei diritti della persona scriveva: “Il Veneto è la terza regione che risente maggiormente del problema ormai cronico dell’affollamento nelle carceri. Il tasso raggiunge il 125,5%, prima del Veneto solo la Lombardia (131%) e la Puglia, con 138%”. Sono i dati peggiori dal 2020, anche se ci si può consolare pensando che nel 2010 le galere venete arrivarono a ospitare addirittura 3.255 persone. Una follia.
E poi c’è la carenza di personale. “Nella nostra regione mancano all’appello 600 agenti di polizia penitenziaria. I nuovi inserimenti arrivano col contagocce e spesso non bastano a coprire neppure i pensionamenti” spiega Angiulli. “La mancanza di organico è arrivata a un livello critico, al punto che la situazione rischia di sfuggire di mano”.
A complicare ancor di più le cose, c’è la mancanza delle figure apicali: pochissimi istituti penitenziari veneti hanno un direttore fisso. “Sono quasi sempre a scavalco tra più carceri” spiega il Garante dei detenuti di Vicenza, Mirko Maule. “Rimangono pochi mesi e poi vengono sostituiti, col risultato che i progetti avviati all’interno della prigione subiscono continui stop. Un esempio? A Vicenza ho visto cambiare sei direttori in tre anni”.
Il tutto si ripercuote anche su chi non ha colpe, con le famiglie che per far visita ai parenti reclusi sono costrette a superare mille ostacoli, anche burocratici. In qualche modo, anche loro scontano una condanna. Le soluzioni? Ognuno ha una propria ricetta, a cominciare dal ministro Carlo Nordio che vorrebbe usare le vecchie caserme oggi in disuso per creare nuovi spazi di detenzione. “Ma se mancano gli agenti, come le sorvegliamo?” chiede il segretario del Uspp. “L’unica soluzione - dice don Carlo Vinco, garante dei detenuti di Verona - è ridurre il sovraffollamento puntando sulle pene alternative al carcere”. Per il suo collega di Vicenza, invece, occorre limitare le tensioni “ad esempio favorendo l’impiego dei detenuti per i lavori socialmente utili. A volte basterebbero piccoli accorgimenti per migliorare le condizioni di vita all’interno delle prigioni. Ma ciò che spesso manca - conclude - è una visione politica del problema”.









