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di Francesco Dal Mas

Avvenire, 10 marzo 2026

La popolazione carceraria a Nordest supera le 4.100 unità (52% stranieri). In sovrannumero. 2.300 gli agenti di Polizia penitenziaria; in forte carenza. 2.000 detenuti sono definitivi. Tra questi, un centinaio hanno un residuo di pena di un anno, altrettanti un fine pena entro 24 mesi, approssimativamente 500 entro tre anni. “Circa 850 potrebbero usufruire di misure alternative a vario titolo. Accompagnare il reinserimento incide su due problemi strutturali: riduce il sovraffollamento e abbatte la recidiva”, fa notare l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli, delegato della Conferenza episcopale Triveneto (Cet).

A margine degli Esercizi a Torreglia, i 15 vescovi della Cet, con una rappresentanza dei cappellani delle carceri, hanno incontrato i direttori dei 18 istituti carcerari, guidati da Rosella Santoro, provveditore dell’Amministrazione penitenziaria di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige. “Questa è la prima volta di un incontro che poi vorremmo ripetere con regolarità - ha specificato il presidente della Cet e patriarca di Venezia, Francesco Moraglia - perché riguarda un’opera di carità e perché siamo cittadini.

Le carceri sono un contesto importante della città. E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione vogliamo interloquire con voi per servire al meglio la realtà del carcere e la nostra società. La persona del cappellano, insieme con la cappellania, è una figura su cui investire per costruire e ricostruire qualcosa di importante; è una risorsa che può arrivare dove altri non ce la fanno. Dobbiamo creare una cultura dell’accoglienza nei confronti di chi ha sbagliato e del loro accompagnamento; la nostra società e anche le nostre parrocchie ne avrebbero grande giovamento”.

Redaelli ha ricordato l’azione pastorale delle diocesi nei confronti della popolazione carceraria, che ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti. “L’articolo 27 della Carta traduce in forma laica una convinzione profonda della Chiesa: ogni persona merita un’opportunità di riscatto. Perché la rieducazione sia autentica, deve collegarsi a possibilità concrete di reinserimento nella società”. Il provveditore Santoro, dopo aver espresso “sorpresa di vivere un incontro così speciale ed unico tra vescovi dell’intera area triveneta e la dirigenza penitenziaria”, ha auspicato che si ripeta. Ed ha ammesso che “il carcere è vissuto come una società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita.

Sappiamo però che il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, a volte considerato un contesto poco sentito. Nel carcere noi dobbiamo lavorare affinché le persone recluse possano avere la possibilità di essere rieducate per reinserirsi nella società”. Infatti, ha continuato, “siamo convinti che la persona non è il suo reato e siamo impegnati ad aumentare offerta lavorativa interna e a cercare imprese che portino lavoro all’interno. Vogliamo evitare che le persone detenute vivano nell’ozio. Oggi una criticità è data dal fatto che le carceri accolgono sempre più persone con disagio psichico e anche per loro dobbiamo trovare possibilità di trattamento. La sfida è dare una seconda chance a tutti perché ritrovino uno spazio nella società”.