di Paolo Bonafé*
chioggiaazzurra.it, 18 febbraio 2026
C’è qualcosa di profondamente spiazzante nella morte di una giovane donna di 32 anni nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia. Non era isolata. Partecipava ai laboratori, lavorava, sorrideva. Le mancava poco per uscire. Eppure, nella notte, ha deciso di togliersi la vita. È una di quelle notizie che non si archiviano. Perché quando una persona si uccide in carcere non è solo una tragedia individuale: è una ferita collettiva. I numeri lo confermano. Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel 2023 i suicidi nelle carceri italiane sono stati 90, nel 2024 sono stati 80. Dall’inizio di quest’anno siamo già a otto morti autoinflitte. Numeri altissimi, soprattutto se rapportati alla popolazione detenuta: il tasso di suicidi in carcere è molte volte superiore rispetto a quello della popolazione libera.
Non si può liquidare tutto come fragilità personale. Il carcere è, per sua natura, un luogo di privazione. Ma quando alla privazione della libertà si sommano sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà nell’assistenza psicologica e sanitaria, il rischio esplode.
Il paradosso, in questo caso, è ancora più amaro. Il carcere della Giudecca non è tra quelli più sovraffollati d’Italia. Ha una tradizione di integrazione con il territorio, attività lavorative, laboratori. Eppure non è bastato. Perché il dolore non sempre si vede. A volte si nasconde dietro la partecipazione, dietro una battuta ironica, dietro la voglia di fare. C’è poi un aspetto di cui si parla poco: la paura del “dopo”. Quando la libertà è vicina può scattare un’angoscia silenziosa. Tornare fuori significa affrontare stigma, precarietà, relazioni interrotte, dipendenze non del tutto risolte. Per chi ha avuto problemi legati agli stupefacenti, come nel caso di questa giovane donna, il ritorno alla vita normale può apparire come un salto nel vuoto.
E allora la domanda diventa scomoda: il nostro sistema penitenziario prepara davvero al reinserimento o si limita a custodire? La Costituzione parla di funzione rieducativa della pena. Ma senza psicologi sufficienti, senza educatori in numero adeguato, senza agenti che possano lavorare in condizioni umane, quella funzione rischia di restare un principio scritto sulla carta. A Venezia, ad esempio, l’organico del servizio navale è passato da 23 a 11 unità. C’è anche un altro dolore, meno visibile: quello del personale. Gli agenti e gli operatori che intervengono per salvare una vita e non ci riescono si portano addosso un trauma enorme. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta che pesa su tutti: detenuti, polizia penitenziaria, educatori, volontari. Non possiamo abituarci. Non possiamo dire “succede”. Ottanta, novanta, otto dall’inizio dell’anno: non sono numeri, sono persone. Sono famiglie distrutte, sono madri, padri, figli che ricevono una telefonata che nessuno dovrebbe ricevere.
La politica ha il dovere di affrontare il tema senza ideologia e senza slogan. Servono investimenti strutturali: più personale, più supporto psicologico, più misure alternative per chi non è socialmente pericoloso, più attenzione alla fase delicata della fine pena. E serve una riflessione seria sulle strutture, anche a Venezia, dove da anni si discute di un possibile trasferimento in terraferma per superare vincoli e criticità logistiche.
Ma prima ancora delle soluzioni tecniche, serve uno scatto morale. Il carcere non può diventare un luogo dove, oltre alla libertà, si perde la speranza. Questa giovane donna, alla Giudecca, non è solo l’ottava morte dell’anno. È un monito. Ci ricorda che la dignità non è un premio per chi non sbaglia: è un diritto che lo Stato deve garantire sempre. Anche, e soprattutto, dietro le sbarre.
*Coordinatore Comunale Unione di Centro - UDC Venezia









