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veneziatoday.it, 12 febbraio 2025

Ca’ Farsetti riceve per la prima volta cooperative e associazioni che lavorano con detenuti e detenute di Venezia. “Meritano di tornare a essere cittadini reali. Lavorare non può essere un privilegio”. Oggi le commissioni consiliari hanno ricevuto a Ca’ Farsetti gli enti del terzo settore (associazioni, cooperative e altro) che lavorano negli istituti penitenziari di Venezia, e più in generale con le persone recluse nella città. Un momento importante, come hanno riconosciuto tutti i rappresentanti degli enti intervenuti, anche perché si trattava della prima volta che venivano ascoltati in Comune. “Non pensavo fosse la prima, spero che i miei successori vi riconvocheranno” ha ammesso il presidente della III commissione Paolo Tagliapietra.

C’è chi gestisce laboratori e attività negli istituti, chi accompagna detenute e detenuti a scoprire Venezia o a lavorare fuori, chi fa formazione. E i nodi che riemergono: il poco dialogo tra ciò che è dentro e ciò che è fuori dal carcere, la difficoltà (anche burocratica), per chi esce, di riadattarsi e reinserirsi nel mondo esterno. “Lavorare in carcere, svolgere un’attività durante le giornate, oggi è un privilegio. Non deve essere così - ha ricordato Jacopo Buroni della cooperativa Il Cerchio, attiva, come la maggior parte delle realtà ascoltate oggi, da 30 anni - Il carcere è una parte fondamentale della città, e può esserlo anche in un senso produttivo”. Come già scritto, le attività lavorative negli istituti veneziani iniziano ad essere molte. Ma non basta.

La nuova garante dei detenuti Rita Bressani, nominata in dicembre, ha ammesso che il carcere sia ormai diventato “una discarica sociale, quando le persone arrivano già con gravi problemi il carcere non li aiuta”. Ma ha riconosciuto il ruolo fondamentale dei vari enti intervenuti: “Venezia dà molto rispetto ad altri istituti. È importante per noi ma anche per i detenuti capire cosa c’è a disposizione”.

A disposizione c’è molto, dal teatro, agli orti, ai corsi di italiano e ai percorsi per gli uomini violenti. Ma “insieme possiamo implementare e articolare azioni più efficaci” ha sottolineato Michail Traitsis di Balamos Teatro.

Uno dei problemi più grandi, per chi esce, o per chi sta per uscire, è la casa. Chi non ce l’ha, non sa dove andare una volta finita la pena. Se una casa viene offerta da qualcuna di queste realtà, se l’ex detenuto non ha il permesso di soggiorno (il 70% dei detenuti nel carcere maschile sono stranieri) non può avere la residenza, e accedere a tutti i servizi conseguenti, ha ricordato Vania Carlot della coop Rio Terà dei Pensieri. Anche passare un “permesso premio” con la famiglia diventa difficile per chi non può permettersi un alloggio a Venezia.

C’è poi il tema, nazionale e non solo veneziano, dei bambini in carcere, sottolineato da Carla Forcolin. Crescono con le mamme detenute fino ai sei anni, e di conseguenza va trovata una soluzione caso per caso. “C’è un protocollo ma non viene rispettato, non devono rimanere dentro i bambini, subiranno conseguenze per tutta la vita, penso sia evidente a tutti” ha detto Forcolin. Oggi a Venezia ce ne sono alcuni, e non hanno nessuno che li accompagni quotidianamente a scuola o comunque all’esterno. Franco Sensini della Caritas ha ricordato un dato, riguardo il padiglione Vaticano allestito dentro la casa di reclusione femminile della Giudecca: su 25 mila visitatori solo un migliaio erano veneziani. “Non è una critica a nessuno, è solo il segno che c’è ancora tanto lavoro da fare”.