di Camilla Curcio
Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2026
Nella sartoria allestita all’interno del carcere femminile della Giudecca le detenute imparano a creare vestiti da zero e accumulano competenze spendibili all’esterno. Ci sono abiti che raccontano storie preziose e contengono moltitudini: non sono solo stoffa e impunture ma catturano il desiderio di un futuro (ancora) possibile e la rincorsa verso una nuova libertà. Tra le giacche colorate, le gonne a ruota e i vestiti dal sapore vintage che confezionano con cura, le detenute del carcere femminile della Giudecca, a Venezia, hanno trovato uno spazio dove imparare un mestiere può aiutare a riscoprirsi e a ripartire.
Banco Lotto N°10, la sartoria all’interno della casa di reclusione, nasce nel 2003 e, da oltre vent’anni, è gestita dalla cooperativa sociale Il Cerchio Onlus. Tra i tavoli del laboratorio dove moda etica e giustizia riparativa operano in sinergia, le donne imparano a tagliare, cucire, costruire un capo da zero e, partecipando alle lavorazioni, si abituano a maneggiare compiti e responsabilità diverse. Nell’ottica di un reinserimento che punta all’emancipazione e all’accumulo di competenze spendibili fuori, una volta scontata la pena.
Un percorso (dall’apprendimento fino al lavoro regolarmente retribuito) costruito con metodo e strategia, ma anche con un dialogo virtuoso tra chi insegna e chi crea. Uno scambio di input che va oltre la semplice formazione pratica. “Lavoriamo con le ragazze cinque giorni a settimana, per mezza giornata. Assieme a me, che mi occupo dello sviluppo e del taglio dei cartamodelli, imparano l’arte della confezione sartoriale, il cuore operativo della nostra attività”, racconta Margherita Uliana, direttrice artistica dell’atelier. “Il nostro processo creativo prende il via direttamente dalla materia prima: gran parte dei tessuti che utilizziamo ci viene donata, diventano così moodboard e ispirazione principale per collezioni e capi futuri. Partiamo dall’analisi dei materiali, valutiamo insieme le opzioni e le traduciamo nei modelli”.
C’è anche il tentativo di rompere la monotonia di giornate che rischiano di assomigliarsi tutte e trovare soddisfazione in qualcosa di tangibile. “Iniziamo sempre con un piccolo rituale: entriamo, prendiamo le forbici e gli strumenti che ci servono e c’è poi la conta rigorosa, passaggio obbligato prima di aprire la sartoria. Appena fatta, accendiamo la musica, ci sediamo e iniziamo a lavorare in tranquillità”, prosegue Uliana. “Come in qualsiasi lavoro, ovviamente, ci sono problemi da gestire ma la fase della confezione in sé è un momento davvero speciale”.
L’iter produttivo è organizzato in modo tale che ciascuna detenuta - regolarmente assunta soltanto dopo un anno di tirocinio - possa seguire la creazione di un capo dall’A alla Z. Non ci sono target di produzione fissi da raggiungere e i tessuti lavorati, forniti in gran parte da un’eccellenza dell’artigianato veneto come Tessitura Luigi Bevilacqua, sono perlopiù seta shantung, lana, lino e cotone. “Per responsabilizzarle e gratificarle quanto possibile abbiamo scelto di non parcellizzare la produzione”, chiarisce Adriano Toniolo, responsabile dei progetti in carcere della cooperativa. “Ogni detenuta, quindi, lavora su un solo capo dall’inizio alla fine: così assimila tutte le operazioni necessarie. E può idealmente apporre la sua firma sul vestito che ha realizzato”.
Ma non finisce qui. Perché gli abiti, una volta terminati, non restano tra le pareti dell’istituto penitenziario. Sono pronti a incrociare nuovi corpi, nuovi sguardi e nuove vite. Da qualche settimana poi, ancora meglio di prima. Lo scorso 4 settembre, infatti, Banco Lotto N.10 ha ufficialmente inaugurato “Spaces of dignity”, il suo nuovo punto vendita in Rio Terà Sant’Aponal 1160. Una scelta, quella di spostarsi dalla prima sede (il negozio non è, infatti, una novità dell’ultima ora: è esistito sin dall’inizio del progetto e occupava i locali di una vecchia ricevitoria del lotto, da qui il nome caratteristico della sartoria), prevalentemente dettata - come sottolinea Toniolo - “dall’evoluzione dei flussi turistici nella città negli ultimi vent’anni” e dalla necessità di riposizionarsi in una zona frequentata e che non stesse fuori dai radar. Per facilitare l’incontro tra il laboratorio, il pubblico, la città, il mondo della moda e il commercio.
“Quest’apertura è, per noi, un punto di svolta pazzesco”, continua Uliana. “Banco Lotto si sente finalmente rispecchiato nello spazio che lo accoglie: prima finivamo spesso in contesti anonimi, perdendoci in mezzo a tantissimi negozi. Qui invece, grazie al restyling di Alfredo Brillembourg, fondatore dello studio Urban Think thank, e Alessandro Famiglietti, siamo riuscite a dar voce a un luogo, facendolo dialogare con le nostre creazioni. Non è un semplice negozio, è la creazione di un simbolo che ci rappresenta fino in fondo”. E mentre sulle vetrine campeggiano frasi evocative come “rifiorire è un atto di coraggio”, che tanto dicono dello spirito della boutique, all’interno il concetto di griglia, di solito abbinato alla separazione e all’isolamento, si trasforma in una struttura aperta, accogliente, viva.
La vendita dei capi, ovviamente, corre anche sul web: se finora tanto hanno fatto il passaparola e i clienti più affezionati, la sartoria si è dotata ora anche di un e-commerce. Per superare i confini geografici e farsi conoscere da un pubblico sempre più ampio. L’obiettivo, con una strategia di marketing e una campagna social ben studiate, è trasformarlo - come chiosa Toniolo - “in un segmento produttivo capace di reggersi in autonomia”.
Tra le iniziative organizzate da Banco Lotto N°10 le sfilate portano con sé, sicuramente, il carico emotivo più consistente. Nel tempo si sono trasformate quasi in una tradizione ma il format, anno dopo anno, non è mai uguale a se stesso. L’ultima poi, “La valigia fantasma”, organizzata lo scorso 10 settembre nel cartellone degli eventi collaterali al Festival del cinema di Venezia, è stata forse la più suggestiva di tutte. A calcare la passerella allestita nel chiostro del carcere, infatti, non sono state modelle professioniste ma le detenute che avevano confezionato gli abiti. “È stata molto più di una sfilata”, commenta Maurizia Campobasso, direttrice della casa di reclusione. “Per una volta quelle donne non sono state guardate attraverso il reato commesso o la loro condizione, ma attraverso ciò che erano state capaci di creare. Sono diventate protagoniste del proprio lavoro, indossando i vestiti realizzati in sartoria davanti a istituzioni, magistratura, mondo della cultura, della moda e dell’impresa. Su quella passerella non hanno sfilato solo abiti: hanno sfilato possibilità”.
Un momento catartico e collettivo, dunque, che ha mostrato nero su bianco l’importanza di saper leggere le situazioni da più punti di vista. “Credo che il vero valore dell’evento sia stato proprio questo cambio di prospettiva. Il carcere, normalmente, è un luogo che sottrae visibilità. Quel giorno, invece, abbiamo restituito visibilità all’impegno, alla fatica, alla professionalità e alla possibilità di ricominciare”, nota Campobasso. “Non si è trattato di nascondere la pena o il passato, ma di dimostrare che una persona non va identificata col momento peggiore della sua vita”. L’intenzione, ora, è di renderlo un evento fisso. “Mi piacerebbe molto che La valigia fantasma diventasse un appuntamento annuale, possibilmente in concomitanza con la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Sarebbe un modo per consolidare il rapporto straordinario che la Giudecca sta costruendo con la città e alcune delle sue istituzioni culturali”, chiude la direttrice. “E per ricordare che il carcere non è un corpo estraneo alla società: ne fa parte”.
Ma tutto questo non potrà accontentarsi di essere solo un’occasione speciale. Per Campobasso, infatti, la priorità è chiara: “Deve corrispondere a nuove opportunità di formazione, nuove commesse, nuovi rapporti con le imprese e, soprattutto, nuovi posti di lavoro. La passerella ha senso se conduce da qualche parte. E a questo proposito stiamo muovendo i primi passi per creare un Excellence center of fashion, design and dressmaking”.
A distinguere le collezioni e, in generale, il lavoro di Banco Lotto N°10, oltre all’approccio, è l’idea di una moda che travalica gli stereotipi. E che cambia chi la crea e chi la indossa. “Il vero valore aggiunto di Banco Lotto è l’innocenza: una moda che nasce completamente libera da schemi produttivi rigidi, svincolata da un’industria che troppo spesso è basata sullo sfruttamento e l’alienazione delle persone. Da noi c’è ancora il privilegio della gioia pura di creare, di fare le cose con cura”, puntualizza Uliana. “Non dico che sia semplice: ci scontriamo ogni giorno con un mercato sempre più saturo. Però, nonostante la fatica, Banco Lotto resta portatore di un messaggio potente, la visione di un mondo nuovo”. Il simbolo di un artigianato che resiste e “si ribella alla velocità e all’omologazione”.
Futuro è il leit motif che lega il progetto dell’atelier alla vita dopo il carcere. E lo colloca perfettamente nelle politiche di reintegro in società. Come un ponte, piccolo ma resistente, tra dentro e fuori. “Banco Lotto N°10 si inserisce pienamente nella direzione che stiamo cercando di imprimere al trattamento penitenziario alla Giudecca: fare in modo che il tempo della pena non sia un tempo sospeso, ma un tempo nel quale costruire concretamente le condizioni del dopo”, ribadisce la direttrice Campobasso. “Il lavoro è, in questo senso, uno degli strumenti più potenti. Non solo perché permette di acquisire una professionalità, ma perché restituisce disciplina, capacità di lavorare insieme, consapevolezza del proprio valore. La sartoria consente alle donne di misurarsi con tempi, standard qualitativi, commesse, obiettivi: con le regole del lavoro vero”.
Ed è tra forbici, ago, filo e manichini che “carcere, impresa sociale, formazione e mondo esterno si incontrano, dando vita a un ecosistema virtuoso”. Trasformando la speranza di ritrovare un posto nel mondo in una chance concreta. Non sono poche, infatti, le storie di detenute che, uscite dal carcere, hanno continuato a percorrere la direzione tracciata in atelier. “L’esperienza non termina necessariamente con la fine della pena: alcune donne, una volta tornate in libertà, hanno continuato a mettere a frutto le competenze acquisite e diverse sono ancora coinvolte nelle attività legate alla sartoria”, riflette Campobasso. “Una donna che rispetta un orario, sa lavorare in un’organizzazione, confrontarsi con una committenza e percepire un reddito col proprio lavoro affronta il ritorno alla libertà con strumenti diversi”.
E se il vero banco di prova è il mondo esterno, iniziare dal carcere a riempire - in maniera più strutturata - la cassetta degli attrezzi è fondamentale. “Stiamo cercando di fare un ulteriore salto di qualità: non limitarsi a creare attività occupazionali nell’istituto ma costruire filiere che possano sopravvivere al carcere, creando un collegamento stabile tra formazione intramuraria e mercato del lavoro”. Il tema incrocia, ovviamente, anche il nodo della sicurezza collettiva. “La funzione rieducativa della pena non è un’affermazione idealistica: significa fare in modo che chi esce abbia meno ragioni e probabilità di tornare in carcere. Investire seriamente nel lavoro penitenziario significa sì offrire una seconda possibilità alla persona ma anche restituire alla società individui più autonomi e capaci di vivere nella legalità”, conclude la direttrice. “Il punto, alla fine, è semplice: la seconda possibilità diventa reale solo quando esiste una prima opportunità concreta per ricominciare”.









