di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 12 marzo 2020
La prima cosa che i cinquanta detenuti rivoltosi hanno fatto martedì pomeriggio nel carcere di Santa Maria Maggiore, è stata quella di rompere le telecamere di sicurezza. Sapevano che facendo così avrebbero reso più difficile il lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria e degli inquirenti, una volta sedata la rivolta.
E proprio la mancanza delle riprese interne ha causato un rallentamento alle indagini: ieri mattina in procura non era ancora arrivata nessuna denuncia, molto semplicemente perché gli inquirenti stavano ancora lavorando all'identificazione dei responsabili. Capire, cioè, chi ha agito per primo, chi ha distrutto le telecamere e le finestre, chi ha dato fuoco a coperte e materassi e chi li ha lanciati negli spazi interno del secondo e dell'ala sinistra del primo piano, le due aree con il maggior numero di danni del carcere Santa Maria Maggiore dopo le due ore di sommossa di lunedì. Quando le preoccupazioni per un possibile contagio da coronavirus e le stringenti disposizioni del Governo che stoppavano colloqui con avvocati e familiari, erano state la miccia con la quale accendere una protesta sul sovraffollamento delle carceri: a Venezia a fronte di 159 posti sono ospitati 268 detenuti.
Per ricostruire il tutto si parte quindi da quello che possono raccontare i testimoni oculari, qualche agente di polizia che ha visto dallo spioncino della porte-cancello del corridoio diventato teatro della rivolta, sempre rimasta chiusa. La rivolta infatti non è uscita dai corridoi interni alla casa circondariale nonostante i detenuti abbiano tentato di abbattere la porta d'ingresso con alcune cariche che non sono andate a buon fine.
I danni peggiori sono stati fatti alle vetrate delle finestre (distrutte per poter lanciare materassi e coperte in fiamme negli spazi comuni) oltre che al sistema di videoripresa interno, devastato. Nessun danno alle celle, segno che i detenuti avevano ben chiaro dove andare a colpire e come farlo. A comporre il manipolo di ribelli, detenuti italiani e stranieri, condannati per diversi reati, per lo più reati contro il patrimonio, furti e rapine.
La rivolta però non è sfociata o di forzare e buttare giù i cancelli. Lastre di vetro, telecamere, nessun danno nelle celle. Danni che verranno messi in conto a chi verrà individuato. Sempre ieri gli agenti hanno passato al setaccio le celle di tutti i detenuti del braccio sinistro del penitenziario: hanno perquisito persone e zone comuni e private per sequestrare qualsiasi cosa potesse essere utile ai detenuti per una nuova, futura, sommossa.
La tensione infatti rimane alta, come testimoniato martedì dal cordone di forze di polizia che - mentre i vigili del fuoco spegnevano il principio di incendio - cinturava il perimetro del carcere e bloccava gli accessi in isola dal ponte della Libertà. Non tanto al fine di evitare possibili evasioni ma per impedire l'eventualità che dalla città arrivasse man forte alla protesta e così la polizia penitenziaria fosse presa, lei, d'assedio. Stretta tra i detenuti e i loro fiancheggiatori.
La protesta è l'ultima di una trentina di rivolte nelle carceri di tutta Italia. Una protesta unitaria - nei tempi e nei modi - per il sovraffollamento e per lo stop ai colloqui alimentata anche dalla criminalità organizzata. Il tutto in una situazione difficile: da due mesi il provveditorato delle carceri del Triveneto è retto dal provveditore di Emilia e Marche e anche il comandante del penitenziario, è lo stesso di Trieste.










