di Vera Mantengoli
Corriere del Veneto, 29 dicembre 2024
“Ogni persona deve avere una possibilità di riscatto”. È questa la filosofia dell’attuale direttore della Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore Enrico Farina. Nato a Salerno nel 1977, Farina in un anno ha già dimostrato che si possono aprire le porte di un istituto di pena per dare una seconda chance a chi è ristretto. Farina non sta incentivando solo le opportunità di lavoro per i detenuti, ma anche quelle della loro crescita personale. Lo dimostra il percorso “Crescere protagonisti della propria libertà”, ideato per sostenere la genitorialità e realizzato in collaborazione con la cooperativa sociale Rem, Caritas e Comune di Venezia. Nell’anno con il maggior numero di suicidi e di morti in carcere e con un problema di sovraffollamento crescente che vede il Veneto al terzo posto in Italia, Farina sta concretamente facendo la differenza.
Direttore, quando ha iniziato a lavorare in carcere e perché?
“La mia carriera è iniziata con il desiderio di lavorare a contatto con le persone e contribuire in modo concreto al loro percorso di cambiamento. Ho iniziato come educatore, ruolo che mi ha dato l’opportunità di conoscere da vicino il funzionamento di un ambiente complesso come il carcere. Le mie prime esperienze sono state nella Casa di reclusione Sant’Angelo dei Lombardi ad Avellino con il compianto direttore Massimiliano Forgione e poi nel carcere di Eboli. Da educatore, ho lavorato per supportare i detenuti nel costruire percorsi di recupero e reinserimento, convinto che ogni individuo debba avere una possibilità di riscatto”.
Quando ha deciso di diventare direttore?
“È stato una naturale evoluzione che mi ha permesso di incidere direttamente sulla gestione complessiva del carcere. Questo incarico mi consente di creare un ambiente in cui sicurezza e trattamento si integrano, favorendo non solo l’ordine, ma anche il cambiamento. Dirigere un istituto penitenziario significa cercare continuamente di trovare un equilibrio tra disciplina e opportunità di crescita, affrontando ogni giorno nuove sfide con l’obiettivo di migliorare la struttura e il percorso dei detenuti”.
Come ha trovato il carcere di Venezia quando è arrivato?
“Come molte strutture italiane, affrontava le sfide del sovraffollamento e offriva ai detenuti opportunità lavorative limitate. Al contempo, ho riscontrato un corpo di polizia penitenziaria e un gruppo di educatori motivati, con un forte senso del dovere e attenzione al benessere delle persone detenute. Questo contesto mi ha permesso di lavorare fin da subito per valorizzare le risorse esistenti e avviare nuove collaborazioni esterne, costruendo reti di supporto e progetti di reinserimento che rientrano a pieno titolo tra le best practice dell’amministrazione penitenziaria”.
Quanti sono i detenuti attualmente e che misure avete adottato?
“Ospitiamo 262 detenuti in un carcere con 159 posti. Quest’anno abbiamo affrontato momenti difficili che hanno profondamente segnato tutti noi. Ogni perdita rappresenta una ferita, non solo per l’istituzione penitenziaria, ma per l’intera comunità. Grazie alle risorse stanziate a livello centrale, abbiamo potenziato il servizio offerto dagli psicologi e, grazie alla direzione sanitaria penitenziaria, possiamo contare su una psichiatra a tempo pieno. Abbiamo reagito rafforzando i rapporti con il mondo esterno, per offrire ai detenuti una luce di speranza verso un futuro di reinserimento sociale e lavorativo. Inoltre, stiamo investendo nei percorsi formativi di aiuto reciproco tra detenuti”.
Come si sono ampliate le possibilità lavorative?
“Grazie a numerose collaborazioni con cooperative sociali e aziende del territorio e a protocolli d’intesa con l’associazione albergatori, l’associazione esercenti e Seconda Chance, e alla preziosa collaborazione con Veneto Lavoro che si occupa della profilazione dei detenuti in base alle loro competenze professionali, facilitando il loro inserimento nel mercato del lavoro esterno. Oggi, circa il 40% della popolazione detenuta è coinvolto in attività lavorative, interne o esterne. Tra le più rilevanti ci sono la serigrafia, la pelletteria artigianale e il servizio Cup, di recente attivazione, che impiega sei detenuti e due operatori esterni”.
Come ha risposto il mondo delle imprese?
“Già tredici aziende hanno richiesto di assumere detenuti, sfruttando i vantaggi della Legge Smuraglia che riduce significativamente il costo del lavoro. Questi risultati dimostrano come il carcere possa diventare un’opportunità di riscatto e integrazione sociale, un modello da replicare”.
Che progetti avete per il prossimo anno?
“Nel 2025 vogliamo ampliare i progetti di inserimento lavorativo, rafforzare i percorsi di pubblica utilità a favore della collettività e proseguire con i programmi di sostegno alla genitorialità.
Quanto è importante l’aspetto affettivo per un detenuto?
“I detenuti che mantengono rapporti solidi con le famiglie, in particolare con i figli, hanno maggiori possibilità di reintegrarsi positivamente nella società. Per questo organizziamo incontri e laboratori dove i detenuti, sotto la guida di educatori e psicologi, imparano a gestire il proprio ruolo di genitori. Si tratta di aiutarli a scrivere lettere, leggere fiabe o partecipare a momenti educativi che rafforzino il rapporto con i figli. Spesso, la detenzione separa in modo drastico e traumatico, e questo può avere effetti devastanti, non solo sui detenuti ma anche sui bambini”.
Nel suo nuovo approccio quanto conta la sua esperienza di educatore?
“Sicuramente è un elemento importante. Credo che il carcere non debba limitarsi alla custodia, ma possa diventare un luogo in cui si lavora sulle persone, cercando di offrire loro opportunità di crescita. Oltre alla laurea in giurisprudenza, mi sono laureato in psicologia, che mi aiuta a comprendere meglio le persone, e in scienze della pubblica amministrazione, che mi ha dato gli strumenti per affrontare le sfide organizzative con maggiore consapevolezza. Sono convinto che, con i giusti percorsi, la detenzione possa diventare un’occasione di cambiamento. Il mio obiettivo è fare il possibile per creare opportunità di reinserimento che possano aiutare chi esce dal carcere a guardare al futuro con più fiducia. L’ascolto e la valorizzazione delle persone sono alla base di molte delle iniziative che portiamo avanti”.
Che cosa spera per Santa Maria Maggiore?
“Il mio sogno è che diventi un modello di carcere orientato alla formazione e al lavoro, dove i detenuti possano acquisire competenze utili per il reinserimento nella società. Vorrei vedere un istituto che offre opportunità concrete di crescita personale e professionale. Immagino un carcere che dialoga con il territorio veneziano, coinvolgendo scuole, università e imprese, così da creare progetti che favoriscano il reinserimento lavorativo una volta scontata la pena. Credo che investire nella formazione e nel lavoro all’interno del carcere sia il modo più efficace per ridurre la recidiva e contribuire alla sicurezza collettiva. Santa Maria Maggiore potrebbe diventare un punto di riferimento per l’innovazione nell’amministrazione penitenziaria, un luogo dove la detenzione non è solo privazione di libertà, ma un’occasione per ricostruire una prospettiva di vita diversa”.
Qual è la ricaduta sociale di un carcere che funziona?
“Un carcere che funziona non è solo un luogo di detenzione, ma un ponte verso la società. Quando i detenuti escono con competenze nuove, con una visione diversa della vita, la società nel suo complesso ne beneficia. Si riducono i reati, si abbassano i costi sociali legati alla criminalità e si favorisce un clima di sicurezza. Inoltre, i detenuti che hanno svolto attività lavorative o di volontariato durante la detenzione tornano in libertà con una mentalità diversa, contribuendo al tessuto sociale in modo positivo”.









