veneziatoday.it, 1 luglio 2025
“Abbiamo chiesto ai ragazzi da quale settore lavorativo erano maggiormente attratti e in coro ci hanno risposto la ristorazione”, racconta Giovanna Pastega, “e da qui siamo partiti: McDonald’s organizzerà dei corsi di formazione, una Academy al termine della quale sarà rilasciata una certificazione spendibile all’esterno, con inserimenti lavorativi anche all’interno della stessa azienda. Porteremo questo protocollo anche negli istituti per minori in Friuli Venezia Giulia”. “Alla fine non ci interessa parlare di noi, di Seconda Chance”, dice Flavia Filippi, “ma far parlare chi già ha fatto questa esperienza di accoglienza al lavoro di detenuti e ex detenuti, uomini e donne, perché “contagi” altri a fare altrettanto”.
Sono stati assunti lo scorso mese di novembre, ora hanno un ufficio più grande, gestiscono 300 telefonate al giorno, e da tre sono passati a nove, uno dei quali è stato promosso oltre le sbarre, ritrovandosi con la stessa mansione all’ospedale dell’Angelo di Mestre. È il gruppo di telefonisti detenuti nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, divenuto parte integrante del Cup dell’Ulss 3.
Gli impiegati, tutti italiani tra i 25 e i 45 anni di età, sono stati selezionati tra i circa 270 ospiti della struttura. Molti di loro sono laureati e con elevate competenze informatiche utili a svolgere la loro mansione, avendo a che fare quotidianamente con agende di prenotazioni elettroniche. Tutti, via via, saranno inquadrati con un contratto a tempo indeterminato.
La casa circondariale lagunare aveva inizialmente individuato un locale al suo interno, poi l’azienda sanitaria, insieme al consorzio che ha in gestione il servizio di prenotazione, lo ha attrezzato e reso operativo, trasformandolo in una vera piccola sede distaccata del Cup: rete interna aziendale, linea, macchinari, computer, software e agende per gli appuntamenti. Ora i nove operatori si trasferiscono in un ufficio ancora più grande, sempre all’interno del carcere, eccetto uno, già promosso all’ufficio Cup dell’ospedale di Mestre.
“Per noi relazionarci con il mondo fuori è motivo di entusiasmo, e quando poi, soprattutto con gli utenti anziani, riusciamo a rispondere alle loro richieste d’aiuto, diventa gioia vera - ha dichiarato uno di loro -. Questo lavoro ci ricollega alla società, e la gratificazione che abbiamo dagli utenti stessi ci esorta non solo a fare sempre meglio il nostro lavoro, ma anche a vivere meglio il carcere”. Da quando “abbiamo questo lavoro - ha spiegato un altro -, andiamo a letto prima alla sera per essere più concentrati nell’attività, e abbiamo la voglia di portare il sano anche nel resto delle ore che trascorriamo qui. Non viviamo più, la vita carceraria, alla giornata: abbiamo uno scopo”.
La sanità “ha la funzione importante di curare, ma curare significa prendere per mano la persona - ha commentato il direttore generale dell’azienda sanitaria, Edgardo Contato -. Salute è stato di benessere fisico, psichico e anche sociale. E in questo la detenzione non deve essere esclusione, ma tentativo di riallinearsi con il mondo che è pronto ad accogliere fuori. Deve essere momento di crescita. Il Cup diventa una finestra del carcere che si apre verso l’esterno. È un contatto con l’esterno in una fase di riappacificazione con la comunità”











